Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci
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Senso Civico

lunedì 26 novembre 2012

"Ma Biri, cosa diavolo ti succede?" Dario sembrava veramente preoccupato "Non ti si sente più, non ti si vede più...; non ti si legge nemmeno più (si riferiva a questo blog). Cosa fai? Hai smesso di esternare? Ti sei ritirato a vita privata proprio ora?" (che ce ne sarebbero di cose da dire, intendeva). Eravamo in quel bar, seduti ad un tavolo davanti al nostro solito (caffè per lui, tamarindo caldo per me) e mi trovavo in uno stato fisico e mentale di così buona disposizione che non mi sentivo di lasciar cadere la domanda, né di svicolare (dialetticamente, intendo). 
"A cosa ti riferisci, in particolare?" gli risposi gentilmente ma con un'altra domanda, così, per lo spettacolo.
"Beh, alla situazione politica, economica e sociale del momento; all'aria particolare che si respira; alle prossime elezioni, per esempio". Si zittò. Un sorrisino gli aleggiava sulle labbra. Alzò la tazzina alle labbra scolandone l'ultima goccia e si pose in paziente attesa. Attesa vana. Muto, me ne restai.
"Ecco" riprese il mio amico vedendo che la conversazione non proseguiva "Scommetto che tu alle prossime elezioni ti asterrai. Disfattista" concluse, per provocare la mia reazione.
Il bicchiere di tamarindo era ancora mezzo pieno; ce n'era di tempo da perdere, tanto valeva dargli spago anche perché l'argomento, a esser sinceri, si prestava a diverse, allegre, intorcinature dialettiche.
"Ma Dario, cosa mai ti salta in mente. Astenermi io? Ci mancherebbe altro. Diciamo che mi sto guardando intorno per cercare di decidere a chi dare il mio voto. E lo sai Dario? Sono veramente perplesso. Indeciso. Titubante. Insomma, se proprio lo vuoi sapere non so ancora a chi darò la mia fiducia. Guardo. Osservo. Cerco di informarmi. Leggo i giornali, guardo la TV.. Astensionista io? Tu non mi conosci".
E giù un'altra sorsata di quella nera, calda, profumata, corroborante bevanda.
Il ghiaccio era rotto, la conversazione poteva cominciare; le prospettive erano invitanti. Dario ci si buttò a capofitto.
"Allora un'idea te la sarai fatta. Se non altro di schieramento." Raccolse le forze: "Senti, Biri, ci conosciamo
da una vita, a me puoi dirlo. Destra o sinistra?"
Lo sapevo. Lo aspettavo al varco. Alzai gli occhi al cielo (insomma, al soffitto del bar) e cercai di assumere un'espressione sofferta e partecipata.
"Destra. Sinistra. Cosa mai significano, adesso, queste parole? La destra non era quella che difendeva i padroni, gli industriali, il profitto e il ceto medio? Beh, hanno governato per anni e oggi il ceto medio è impoverito, le industrie chiudono e i profitti calano incessantemente. E la sinistra non era quella che difendeva gli operai, i lavoratori e il pubblico impiego? Anche loro hanno governato per decenni e ecco che la disoccupazione è salita alle stelle, le famiglie si sono impoverite e le pensioni sono diventate un miraggio... Dario, ormai non si parla più di destra o di sinistra ma di persone. Io voglio trovare una persona alla quale dare il mio voto che sarebbe poi la mia fiducia, una persona che vorrei vedere a Capo del Governo, una persona della quale condivido il programma a prescindere se questa persona è considerata alla vecchia maniera e cioè di destra o di sinistra. Non si votano le ideologie, ma gli uomini" e con questa frase ad effetto ho rilanciato la palla nella sua metà campo.
Dario era rimasto spiazzato, si vedeva lontano un miglio, tuttavia replicò come c'era da aspettarsi:
"Ma ti sarai guardato in giro... ti sarai fatto un'idea..."
Il tamarindo era finito, il bar era accogliente e calduccio e comunque c'era ancora un sacco di tempo prima che fosse ora di pranzo; la conversazione (praticamente il mio solito monologo) poteva iniziare. 
"Vedi Dario" partii lento "Vedi Dario, tu mi consideri a torto o a ragione, un cinico, un disfattista, un tipo disimpegnato insomma. Beh, hai torto a pensare che sia così. Torto marcio. In verità sono molto attento a tutti gli aspetti del mondo che mi circonda e la cosa che più mi interessa, non lo crederai, è proprio la politica, quella di casa nostra. So che probabilmente ci saranno le elezioni a breve termine e sto cercando di orientarmi, di guardarmi intorno per decidere al meglio. Ebbene, non lo crederai ma ancora non ho trovato un partito o un uomo politico al quale dare il mio voto.." vidi un sorrisino sulle labbra di Dario: lo spensi subito: "..e non perché non ce ne siano di partiti e di uomini degni di fiducia ma perché ce ne sono troppi". Rimase di stucco; quando dopo qualche secondo si accinse a replicare lo precedetti:
"Pensiamo ad esempio al PD. In quel grande Partito di persone valide ce ne sono a bizzeffe, e tutte preparate a puntino per fare il Primo Ministro. Chi sarebbe il più indicato a fare il premier? Vediamo un pò, mi sono detto. Prendiamo Bersani. Chi può mettere in dubbio la sua onestà adamantina, la sua grande umanità, il suo costante interessamento alla causa dei lavoratori alla quale (causa) dedica ogni minuto della sua giornata lavorativa? E si può tacere la sua capacità dialettica, il grande seguito che ha in ogni strato della popolazione, la sua abilità nell'interloquire con qualunque interlocutore (mi scuso per queste tre ultime parole oggettivamente cacofoniche), la sua grande esperienza di finanza internazionale e la sua perfetta conoscenza delle lingue e delle culture europee, provvido viatico ad eventuali escursioni in altri Paesi? Ergo Bersani va benissimo; approvato; votabile.
E Renzi? No, scusate, dico: e Renzi? Un giovane romantico e battagliero, amatissimo dai giovani di ogni estrazione sociale che ha conquistato con la sua spontaneità e la freschezza dei suoi giovani anni; un uomo che, passo dopo passo, si è avvicinato al top del Partito facendosi largo con la sua vitalità, la sua ansia di rinnovamento, le sue idee rivoluzionarie.. Renzi è a posto; approvato; il mio voto è cosa fatta.
Ventola poi non si discute. Un ragazzo del Sud che è giunto alla ribalta europea della politica grazie  al suo coraggio, alle sue idee lungimiranti, alla sua correttezza e all'integrità della propria vita che fa da specchio ideale al suo programma sociale. Ventola, un nome, una garanzia; sai che ti dico? mi ci vedrei benissimo rappresentato da lui in questa nostra Italia: per me è OK.
Del centrodestra si può dire altrettanto. Uomini e donne validissime caratterizzano la dirigenza di quel Partito. Dopo  i successi di Berlusconi (che potrebbe ricandidarsi; avrebbe la mia approvazione) ecco che qui troviamo Alfano. Il giovane delfino ha le idee assai chiare e sa esporle molto bene ai milioni di seguaci che lo seguono e lo apprezzano per il suo decisionismo e la sua specchiata onestà; potrebbe fare il premier? Ovvio che sì; per me, approvato. Dice: potrebbe venir fuori il nome di Maroni. Maroni? E chi meglio di lui, dico. Sa come parlare alla gente ed è un vulcano di iniziative brillanti e popolari... anche Maroni è a posto. Sì; sì anche a lui. Poi ci sarebbe la Santanché e la Meloni; dunque...."
Dario ha approfittato di un attimo in cui riprendevo fiato per interrompermi:
"Ma insomma Biri a chi lo dai il tuo voto? Parli, parli ma ora vieni al dunque.." la voce di Dario era stranamente alterata.
"Dario mio, non hai capito che non posso votare un solo nome, a qualsiasi Partito appartenga? Sono tutti bravissimi, onestissimi, preparatissimi e assolutamente incorruttibili, disprezzano il denaro e gli onori, disdegnano la moda vana di cercar di apparire in TV a tutti i costi. Li stimo tutti; li amo tutti; come votarne uno solo? Come penalizzare tutti gli altri?". Mi tacqui; Dario taceva. Dopo un minuto di stallo pensieroso ruppi il silenzio:
"Dario, tu ti preoccupavi per una mia possibile astensione, io ti rispondo con l'annuncio della mia an-astensione: un Partito solo è troppo poco, un candidato solo è troppo poco; pertanto ho deciso: il giorno delle elezioni li voterò tutti. Sei contento?".
Era giunta (finalmente) l'ora di pranzo, così, in silenzio, ci siamo avviati verso le rispettive case.

A volte ritornano... (nota politica)

venerdì 9 marzo 2012

Quando il duo Merkel-Napolitano insediò Monti ed il suo Governo dei Tecnici a Palazzo Chigi, beh, diciamoci la verità, nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul destino politico del Cavaliere. "Er Puzzone", come benevolmente lo chiamavano i suoi avversari di una vita, era stato dimesso in quattro e quattr'otto ed era dovuto sloggiare nella notte, andandosene, spettinato e parecchio attapirato, sotto un diluvio di fischi che avrebbe sotterrato un bue. "Se Dio vuole di questo non si sentirà più parlare in eterno!" pensavano allegri i soliti comunisti, contenti come pasque al pensiero che ormai la strada progressista al potere era più che spianata: spalancata.
Poi ci si accorse che con i professori alle leve di comando niente sarebbe più stato come prima.
Innanzitutto quelli misero subito il naso (e le mani) dove nessuno aveva osato metterle prima e fecero in due balletti una Riforma delle Pensioni talmente drastica che lasciò senza fiato e senza parole piddiini e ciggiellini i quali lì per lì, pensando di sognare, non riuscirono nemmeno a organizzare una protesta qualunque, una protestina, un cenno di dissenso, un distinguo, uno scioperetto, una piccola rimostranza. 
Da allora fu tutto un susseguirsi di manovre, manovrine, disegni di legge e riforme che stanno ottenendo due scopi; quello dichiarato di rimettere in piedi la situazione economica italiana, e quello nascosto di distruggere (ce ne fosse stato bisogno) la residua fiducia degli italiani nei partiti tradizionali.
Nella crisi di identità degli apparati politici, ormai sempre più distanti dalla gente e considerati niente più che una cricca di incapaci e corrotti dalla quale varrebbe la pena di sbarazzarsi al più presto possibile, quello che prima di ogni altro capì e utilizzò ai propri fini la nuova situazione che si era venuta a creare, chi fu?
Il solito: il Berlusca, il Cavaliere Nero, il Duce d'Arcore, insomma ancora lui: er Puzzone.
Lasciato il bastone di comando dell'agonizzante partito che aveva fondato ad un giovane "parvenu" della politica e prendendo su di sé l'incredibile carica di "Padre Nobile" del movimento (Padre Nobile: roba da chiodi!), ecco che il Nostro, dopo qualche giorno di silenzio, è ora tornato sulla scena politica-mediatica con una autorevolezza e un credito che non aveva mai avuto nemmeno quando governava.
Le televisioni se lo contendono, i media pubblicano per intero le sue interviste mentre ogni intercettazione telefonica che lo riguardi sembra misteriosamente sparita dalle prime pagine dei giornaloni "indipendenti". Persino "Repubblica", demoralizzata, non ha più interesse e voglia di occuparsi di lui lasciando argomenti progressisti come il bunga-bunga e l'affaire delle olgettine ai rotocalchi di gossip più squalificati ai quali, prima, contendeva con successo l'intervista alla escort di turno. In più, tutti i comici, satiri, ventriloqui ed imitatori che lo sbertucciavano un'ora sì e l'altra pure, ora che "il Caimano" non comanda più, non potendo più tirare in ballo il suo nome e tutto quello che questo comportava, si trovano improvvisamente a corto di idee, annaspano, non sanno cosa dire e, senza il Nume Ispiratore, non fanno più ridere nessuno. Benigni, che da Fiorello, tentò di rinverdire la satira antiberlusconiana con due o tre battutacce vecchie come il cucco, accorgendosi della mala parata (il comico di Vergaio è ormai alla frutta), cercò di accaparrarsi qualche applauso rifugiandosi a cantare (e male) un anacronistico e squallido "Inno del corpo sciolto", sua hit scatologica di quarant'anni fa che giustamente oggi, nella bocca di uno che si dice abbia vinto un Oscar (ma l'ha vinto! Davvero!) fa veramente ca'à.
"Dovrò dare qualche consiglio a Monti su come fare per agevolare lo sviluppo" dice intanto ai microfoni tutto serio il Cav, senza che nessun giornalista si metta a ridere; "Andrò a breve dal mio amico Putin a dirgli di darsi da fare per far rilasciare i nostri marò", promette al TG1, e nessuno che si stupisca; "Monti è bravo, non c'è che dire; del resto l'ho scoperto io" racconta con nonchalance alla conferenza stampa, e tutti i giornali riportano, e con pochi commenti, le sue parole.
E da ogni parte si vedono le sue foto: mentre assiste alla partita del Milan ("Devo ricordarmi di dire ad Allegri di far spingere di più sulle fasce"); in un gruppo sotto la neve con Putin e due giovani elettrici siberiane ("Sono andato a complimentarmi personalmente con Putin per la sua rielezione"); mentre, in maniche di camicia, parla con il sindaco di Lampedusa ("Ho rassicurato i lampedusani che qui non sbarcherà più nemmeno un libico. Del resto ci ho comprato una casa"); mentre racconta barzellette spinte alla sua claque ("Dunque: c'era un frate che doveva confessare una novizia..."); insomma, il Berlusca imperversa nei rotocalchi, nei giornali, nelle televisioni, come non mai.
Nel frattempo il partito dei progressisti sta andando a rotoli. Scalfari contro Bersani, Veltroni contro Franceschini e D'Alema, Renzi contro tutti, sconosciuti che battono sonoramente alle primarie i candidati ufficiali della Direzione; insomma il partito dovrebbe cambiare nome, da PD a Lotta Continua (intestina), come ai bei tempi. Solo Maria Rosaria tace. Dopo aver vissuto il suo momento migliore con la sprezzante risposta al Cav che aveva irriso alla sua avvenenza con l'orgoglioso: "Signore, non sono una donna a sua disposizione!", ora, che non la riconosce più nemmeno il gatto, ora che non viene salutata neppure dall'ortolano quando la mattina va a fare la spesa al mercato ortofrutticolo, ora Rosaria rimpiange amaramente quei tempi eroici in cui era considerata l'icona della Sinistra e sempre più spesso, la sera, mentre davanti alla TV cena da sola, una lacrima le cade, furtiva, inarrestabile, nella minestrina.

Al bar

sabato 11 febbraio 2012

Augusto riconobbe Cesira solo dopo qualche minuto che la stava osservando. Alcuni mesi erano passati da quando si erano visti l'ultima volta: un'eternità. I due vecchi amici si abbracciarono, commossi. Augusto le offrì un caffé e lei, che normalmente, sempre indaffarata, avrebbe rifiutato anche se a malavoglia, quella volta accettò e, seduti al tavolino del bar, al riparo dagli sguardi indiscreti e dalle male lingue, inevitabilmente la conversazione si concentrò sul loro lavoro.
Bisogna dire, per chi non lo sapesse, che Augusto era da anni il maggiordomo del cavalier Silvio d'Arcore (come lui devotamente si riferiva al suo datore di lavoro), mentre Cesira, d'origini toscane ma cresciuta in Romagna, era stata assunta in qualità di cuoca presso i Bersani il cui capofamiglia era notoriamente amante della buona cucina casalinga. 
"Sono preoccupata per PierLuigi" confessò ad un certo punto la donna al suo amico. Aveva le lacrime agli occhi.
Augusto cercò di consolarla, e il comportamento dell'amica, che sembrava veramente agitata, lo spinse a cercar di saperne di più sulle cause di quella insospettata defaillance.
"Ma perché Cesira? Cosa è successo? Ti prego parla, confidati; lascia che condivida con te il tuo segreto in modo ch'io possa, se lo ritieni opportuno, consolarti e alleviare il tuo dolore" disse Augusto che, avendo letto in gioventù centinaia di romanzi di Liala (in casa sua - mamma parrucchiera, padre bidello - c'erano solo quelli), aveva da questi acquisito quel desueto modo di esprimersi.
Cesira, dopo aver tentennato un pò, asciugatisi gli occhi, si decise alfine ad aprire il suo cuore all'antico compagno di merende (da giovani infatti, i due se ne andavano spesso per osterie, a merendare).
"Devi sapere, caro Augusto, che da quando al governo ci sono tutti quei professori, quei cervelloni, come li chiama lui, in casa di PierLuigi non si fa più vita. Come era vitale, dinamico, quasi aggressivo con quella sua parlantina sciolta che lo aveva reso giustamente famoso fra i compagni di partito, ora invece è sempre zitto, scontroso, depresso. Sembra che abbia perso il gusto della vita. Non esce più con gli amici, non va nemmeno più alle riunioni del Partito - "Per quel che servono"- dice scuotendo la testa. Non guarda la TV nemmeno per vedere le partite del campionato di calcio che una volta lo appassionavano tanto.
E poi hai voglia a darti da fare per fargli tornare il buonumore! Come a pranzo: hai voglia a preparargli le cose che gli sono sempre piaciute come la minestra di fagioli con le cotiche, i gobbi rifatti col sugo di carne e le salsicce coi fagioli all'uccelletto che lo facevano impazzire! Pensa che ieri l'altro, a cena, ho voluto fargli una sorpresa per cercare di tirarlo un pò su di morale, ed invece del consommé vegetale ed il cavolfiore lesso che aveva chiesto, gli ho portato in tavola un piatto di ravioli ricotta e spinaci e una porzione di cotechino con le lenticchie che avrebbero fatto risuscitare un morto! E invece, lui, niente. Si è quasi arrabbiato: "Cèsi" mi ha fatto (mi chiama confidenzialmente così dopo tanti anni che sono al suo servizio), "Se ti dico che voglio una cosa, fammela! Almeno te, perdìo! Ma dove andiamo a finire! Ora uno non comanda più niente nemmeno a casa sua! Avevo chiesto il cavolo e te dovevi farmi il cavolo! Oh insomma!". Ci sono rimasta così male che mi veniva da piangere anche se lo sapevo perché si comportava in quel modo. Il fatto è che il signor PierLuigi è giù di nervi. Mi ha detto il figlio del giardiniere (che è infermiere diplomato) che da quando al governo ci sono i professori gli è venuta a mancare l'auto....l'auto..."
"Stima" disse Augusto. 
"Ecco, quella cosa lì" proseguì Cesira, "Pensa che ieri l'ho sorpreso mentre, pensando di essere solo, parlava, tutto infervorato, con lo specchio".
"Con lo specchio?" chiese Augusto pensando di non aver compreso bene.
"Con lo specchio, Augusto, con lo specchio! E non lo nasconde mica. Dice che solo così può dire ad alta voce quello che pensa di sé stesso. L'ho sentito mentre si rivolgeva alla sua immagine riflessa nello specchio. Diceva: -Mo che belìn ci stai a fare a Montecitorio, muso di ciuco! Lo sai che ora, con tutti questi professori qui non puoi dir niente, non puoi far niente e tutto quello che ti chiedono è di approvare tutte quelle vagonate di leggi e leggine che sfornano a getto continuo. E devi anche far finta che ti piacciono, quelle leggi! Muso di ciuco! Ecco quello che sei! Devi votare per il taglio delle pensioni, per l'aumento dell'età pensionabile, per i licenziamenti facili! E non puoi ribellarti! Ah, quando c'era lui l'era una bellùria!- e alzava gli occhi al cielo dando pugni per aria....io penso che si riferisse al tuo padrone" disse Cesira. Ricevuto il segno di assenso del suo interlocutore la brava donna proseguì il suo racconto:
"E così il signor PierLuigi è proprio avvilito ed è sempre di cattivo umore. Ce l'ha con tutti perché pensa che la colpa sia di tutti quelli che gli stanno intorno. L'altra volta, mentre leggeva Repubblica, tutto d'un tratto ha buttato il giornale per aria e ha sbottato "Brutta culona, la colpa è tutta tua!". Mi sono quasi spaventata; questa volgarità non è da lui".
"Beh, sai" fece Augusto "Probabilmente, anche se in modo non del tutto signorile, si riferiva alla Merkel..."
"Macché Merkel!" lo interruppe Cesira "Si riferiva ma a una certa Maria Rosaria di Sinalunga che, dice il signor Bersani, ce l'ha con lui e lo costringe a fare sempre delle figuracce. Pensa che la sera venivano i suoi amici a giocare con lui alla solita partita di scopone, ma ora, anche loro, vedendolo così avvilito, non si fanno più vedere. Guarda Augusto, ho paura per la sua salute. Mentale, voglio dire. E poi mi preoccupa il suo stile di vita. Per cercare di dimenticare il brutto momento che sta attraversando si sta buttando sull'alcol. Lui, che non aveva mai bevuto più di un bicchiere di rosso a pasto, ora si scola una bottiglia di sangiovese a cena e una di lambrusco a pranzo. A volte è così fatto che non ce la fa a tenersi in piedi nemmeno per andare a dormire e devo metterlo a letto io portandocelo con la carriola. Una faticaccia anche perché ormai ho una certa età. Ma ora parliamo di te. Come ti vanno le cose con il Cavaliere?" chiese Cesira, avida di notizie.
Augusto non si fece pregare e raccontò:
"Beh, devo dire che il cavalier Silvio è proprio un altro carattere. Lui è sempre contento come una Pasqua. Ha attraversato un momento difficile solo la settimana in cui l'hanno dimissionato ma poi, anche grazie ad un piccolo stratagemma psicologico inventato dal signor Gasparri, si è ripreso in un momento e adesso è sempre pimpante, ottimista e contento come da tempo non lo vedevo."
"Mi vorresti dire che il governo dei professori non lo ha mandato in depressione? Che non si sente una mezza... mezza..." a Cesira non veniva la parola.
"Calzetta" suggerì Augusto che, incassando il cenno d'assenso della donna, proseguì:
"Niente affatto. Vedi Cesira, il Cavaliere adesso si è convinto di comandare come e più di prima. Come ti ho detto l'idea è stata di Gasparri. Un giorno trovò il signor Silvio con una faccia da funerale; era incavolato nero con l'universomondo e stava seriamente meditando il suicidio. "Sant'Ambrogio da Arcore!" si lamentava il cavaliere, "Questi hanno rimesso l'ICI sulla prima casa! Hanno tassato anche l'aria che si respira! Vogliono mandare a casa migliaia di carcerati! Comunisti, ecco cosa sono: comunisti, arcicomunisti, comunistissimi!" e sbatteva la testa contro il muro. Beh, devo dire che il signor Gasparri fu grande. Gli dette ad intendere che le leggi che faceva il nuovo governo altre non erano che quelle che lui, il Cavaliere, aveva meditato di fare. Ergo, disse Gasparri, il vero premier era ancora lui, il signor Silvio. Il Professor Monti non era altro che l'esecutore delle manovre che lui, il Silvio, aveva studiato e mai messo in pratica per l'opposizione dei magistrati. Ovviamente si trattava di una puttan..., pardòn, una bugìa, ma incredibilmente l'escamotage funzionò e, anche grazie a massicce dosi di allucinogeni che mi ordinarono di versargli da allora e a sua insaputa nel solito whisky di fine pasto, quella pietosa menzogna, divenne verità. La sua verità"
Augusto per il momento terminò il suo racconto ma dovette subito riprenderlo poiché Cesira, curiosa come una gazza (animali curiosissimi, come è noto), lo spronò a continuare:
"E ora?".
"Ora, amica mia, è una bellezza. Il Cavaliere ogni giorno si alza, legge i giornali e poi dà udienza ad una piccola folla di postulanti (in verità un gruppo di aspiranti apprendisti attori ingaggiati dal solito Gasparri) che hanno delle lamentele da fargli e delle richieste da rivolgergli. Chi gli dice non ce la fa ad andare aventi perché il prezzo della benzina è troppo alto (e lui: "Stasera stessa dirò al mio amico Putin di abbassare il prezzo del greggio!"), chi si lamenta per la troppa neve che blocca le strade (e lui: "Telefonerò subito alla Protezione Civile affinché getti sale a palate sulle vie di comunicazione!"), chi per le troppe tasse che strozzano l sue attività (e lui: "Avvertirò immediatamente Monti perché mi ricordi di abbassare la pressione fiscale!"), chi recrimina perché il Milan ha perso il derby (e lui: "Appena possibile comprerò Messi, Ronaldo e Rooney per vincere ogni trofeo!"). Il resto della giornata lo impiega a telefonare ai grandi della Terra; la Merkel, Obama, Putin, Sarkozy... lui chiama confidenzialmente tutti e tutti, al telefono, sembrano contentissimi di sentirlo. A volte telefona anche a Gheddafi (non abbiamo avuto il coraggio di ricordargli che il suo caro amico non c'è più) ed il raìs immancabilmente gli dimostra tutta la sua ammirazione. Naturalmente a tutte le telefonate risponde Gano Millevoci, un giovane imitatore di Saronno che si guadagna il pane impersonando questi personaggi. Del resto non si fa danno a nessuno e a lui, il signor Silvio, questa piccola commedia recitata a sua insaputa, fa bene. Si sente ancora importante, pensa di essere ancora un leader e nessuno ha il coraggio di dirgli che gli hanno staccato la spina. E da un pezzo. Il sabato sera poi, a tirargli su il morale e l'autostima, c'è la gara di "taste-fesses".
Augusto si fermò, restìo a continuare.
"E di che si tratta?" chiese avida Cesira.
"Beh, niente di cui vergognarsi; una cosetta da niente inventata in Francia ed importata in Italia dal suo amico Emilio (Fede, per la cronaca). Insomma, il signor Emilio introduce in casa dieci ragazze sconosciute che, celate dietro una parete di cartongesso si denudano la parte... la parte inferiore del corpo e fanno sporgere i loro lati-B da appositi fori circolari. Il cavalier Silvio, al quale è stato detto che le ragazze sono studentesse assolutamente perbene provenienti da ogni parte del mondo, passa lungo la parete e fa scorrere la mano sul c... sulle nat... insomma sui lati-B delle ragazze. La sfida, dalla quale esce sempre gloriosamente vincitore è quella di indovinare il Paese di provenienza di ogni ragazza soltanto tastando il suo.. insomma, il suo culetto".
"E.. ci indovina?" chiese, esitante ed incredula Cesira
"Se ci indovina? E' assolutamente infallibile, incredibile, prodigioso! Lui tocca, ritocca, poi fa "Francia, sud-est, direi Provenza" e la ragazza, da dietro la parete. "Mais oui!"; poi tocca la prossima: "Cipro, zona turca!" e la ragazza tastata ed individuata annuisce, estasiata. E così per tutte le ragazze, ogni sabato, tutti i sabati, senza mai un errore! Un vero intenditore. Solo una volta ebbi paura che sbagliasse. Sai, sarebbe stato un problema per la sua autostima. Fu quando toccando le natiche della bella sconosciuta di turno al di là della parete, fu visto scuotere la testa più volte, poi titubare, tentennare. I minuti passavano, si profilava il rischio di una débacle dalle pericolose conseguenze sull'intera nazione. Silvio, esitava, pensava, ripensava, ripassava, ritastava... poi una illuminazione gli rischiarò il viso; si erse in tutta la sua altezza e, nel silenzio carico di suspense della sala si udì, sicuro e trionfante, il giudizio: "Italiana, origine siciliana, provenienza raccordo anulare presso uscita Casilina, secondo falò a destra!"; "Sì, sì!" gridò la ragazza, "Urrà!" gridarono tutti i presenti increduli di fronte a questa dimostrazione di stupefacente professionalità. Il signor Silvio, in quella occasione, fu portato addirittura in trionfo. La sua autostima salì fino al limite massimo e la serata, anche quella volta, si concluse bene".

Dopopranzo

lunedì 23 gennaio 2012

Quando, passate due ore buone, mangiato il pranzo, gustato il dessert, bevuto il caffé e rifattisi la bocca col limoncello, i tre si resero conto che non c'era nient'altro di commestibile da aspettarsi, fu proprio Gargamella a rompere il silenzio che era piombato nella stanza e a lanciare la proposta a Casini e Alfano che, senza saper bene cosa stessero ad aspettare, pure pareva non avessero alcuna voglia di andarsene senza aver prima tirato fuori il rospo che, da alcune settimane, pesava sui loro stomaci come un macigno.
L'idea di quel pranzo era nata così, dopo che erano passati mesi (mesi!) senza che i tre avessero trovato niente da fare, da dire, da dichiarare, da presenziare se non altro per far vedere che erano vivi, che esistevano ancora oltre a al di là delle poche sedute in Parlamento dove erano chiamati a ratificare di mala voglia le decisioni del Governo.
Si erano trovati quindi intorno ad un tavolo, non tanto per mangiare insieme, quanto per poter scrutare, l'uno negli occhi degli altri due, se il suo stato d'animo era simile al loro, un misto di depressione, di angoscia e di paura; la muta risposta era disperatamente affermativa: sì, avevano paura; sì, erano depressi; sì, erano quasi alla disperazione.
"Se quel raccomandato del Prof riesce a portar l'Italia fuori dalla crisi...." fece Gargamella entrando a gamba tesa nell'argomento che più gli stava a cuore, e si fermò.
"A me sta bene" disse subito Casini; "L'Italia prima di tutto".
"Ma non capisci?" sbottò Alfano "Se questo, in quattro e quattr'otto, con due o tre provvedimenti risolve la situazione ci rovina. Ci rovina tutti, hai capito? Anche te, che fai finta di appoggiarlo" disse, duro, rivolto a Casini che si limitò a fare spallucce senza replicare.
"Insomma, colleghi, la situazione è chiara. Da quando Napoleò-Tano e Merkozy hanno messo il Bocconiano alla guida del Governo, quello fa e disfa in un baleno certe prerogative esistenti che sembravano tabù, e tutto senza che noi possiamo dire o fare niente. A noi è toccato approvare l'ICI sulla prima casa e a Gargam... (si corresse rapidamente), e a Bersani, la riforma selvaggia delle pensioni. Insomma, la gente che ci ha votato comincia a chiedersi che cosa ci stiamo a fare. Ora poi è venuta fuori la faccenda dei nostri emolumenti! Ragazzi, io non so voi, ma a me l'andazzo non piace. Sento odore di forconi. Come possiamo giustificare, non dico i nostri stipendi, ma la nostra stessa presenza? Ditemi voi: gli italiani si accorgerebbero di noi se non ci fossimo, salvo il fatto che si risparmierebbero un bel pò di soldi?", e scoppiò in un pianto dirotto.
Dopo qualche secondo di silenzio Bersani si schiarì la voce e parlò: "A noi hanno sempre detto che l'importanza di una persona, di una professione e di una categoria si vede quando questa non opera più. Questo accade quando una personalità importante e influente muore, o quando una categoria di lavoratori dichiara, e riesce ad attuare, uno sciopero ad oltranza. Avete visto quello che succede se, ad esempio, si fermano gli autotrasportatori: in meno di una settimana si blocca la nazione intera. E pensate che cosa succederebbe nel nostro Paese se si fermassero le Poste, o le Ferrovie. O se si bloccassero le Autostrade, o smettessero di lavorare tutti gli addetti alle telecomunicazioni o l'intera categoria dei medici di famiglia o tutte le forze dell'ordine o tutti i lavoratori che provvedono a raccogliere e a smaltire i rifiuti. In ogni caso, in un tempo più o meno breve, l'Italia intera andrebbe a rotoli il che dimostra come, ad esempio, le categorie dei lavoratori dei Trasporti, delle Ferrovie, delle Autostrade, delle Poste siano importanti al punto che ogni cittadino avverte come vitali la loro esistenza e la loro attività. Semplicemente non si può fare a meno di loro. D'altra parte è evidente che uno sciopero dei pensionati non produrrebbe danni avvertibili segno che l'Italia, per andare avanti e progredire potrebbe (e lo farebbe volentieri) fare a meno di loro. Ecco perché i pensionati non hanno voce in capitolo, perché prendono poco e perché, ogni tanto, qualcuno che comanda taglia loro un pezzetto di pensione. Eccoci ora al punto; guardiamoci negli occhi e riflettiamo: se noi tutti deputati, senatori, sottosegretari, portaborse, dirigenti di partito e via dicendo, se noi tutti insomma facessimo uno sciopero nazionale, globale, duro e ad oltranza; se per qualsivoglia ragione decidessimo di non.... di non... (gli era venuto in mente "lavorare", ma la parola gli parve inappropriata) di non.. occuparci del bene degli italiani e di non farci vedere più in giro, voglio dire in TV, nei talk show o nei dibattiti... allora, in questo caso estremo, come se la passerebbero gli italiani? Quanto potrebbe durare l'Italia?".
Gargamella si chetò, affranto meno dalla sua lunga sparata che da un pensiero che, mentre parlava, gli era affiorato nella mente. Guardando i suoi compagni negli occhi si accorse che anche loro avevano avuto la stessa idea.
"Amici" fece Casini con un lungo sospiro: "Diciamoci la verità: nessuno ci farebbe caso, anzi, l'Italia andrebbe avanti lo stesso e meglio di adesso. La stragrande maggioranza delle persone dopo una settimana ci avrebbe già dimenticato e persino i telegiornali televisivi, senza tutti i nostri interventi e le nostre interviste che occupano una bella fetta del loro spazio, sembrerebbero sopportabili. Insomma: se ci tolgono le nostre risse, le nostre rivalità, le accuse e contraccuse, le diffamazioni e le difese ad oltranza noi non solo non varremmo niente, ma non conteremmo niente e non potremmo nemmeno giustificare, non dico un terzo, ma nemmeno un decimo degli emolumenti che prendiamo mensilmente".
"E' quello che sta succedendo ora", fece Alfano con un lungo singhiozzo. "Se il governo può fare quello che vuole con il solo aiuto del Capo dello Stato e con l'appoggio delle piazze finanziarie e se noi non possiamo nemmeno abbozzare la più timida opposizione alle sue misure, noi moriamo, non esistiamo, non serviamo. E la gente comincerà a chiedersi per quale motivo deve continuare a mantenere profumatamente una categoria di persone (la nostra) che, semplicemente, non solo non lavora, ma letteralmente "non fa niente" al punto che se non ci fosse le cose andrebbero avanti lo stesso, più spedite e meglio."
"Vi dò una brutta notizia: la gente se lo chiede già" disse Bersani infilandosi il cappotto; "Arrivederci ragazzi" salutò uscendo dalla stanza.
"Finché dura." fece Casini stringendo la mano ad Alfano; "A proposito, tu che hai occasione di sentirlo spesso: cosa ne pensa il Cavaliere di questa situazione?"
Alfano scosse la testa: "Cosa vuoi che ne pensi? Quando ho cercato di conoscere la sua opinione sulla situazione critica in cui è ridotta l'intera classe politica italiana, ieri sera, a casa sua, si è fatto una risata che l'hanno sentito dalla strada. Poi, senza rispondermi è andato in salotto a giocare a moscacieca con alcune nuove stagiste di Mediaset. Ma, pur dandosi da fare per cercar di abbrancare quelle che gli passavano a tiro, non ha mai smesso di ridere a crepapelle. Chissà che avrà voluto dire?".
Casini aveva già aperto la porta per andarsene: "E lo so io che voleva dire, e lo so io. A domani, finché dura".

Sciàlla!

mercoledì 30 novembre 2011

Bersani (Gargamella per gli amici) era preoccupato; "E ora chi ci va dalla Camussa a dirgli che il Governissimo ha deciso di far cassa risparmiando sulle pensioni? SuperMario vuole alzare l'età minima per poter andare in pensione, togliere quelle di anzianità ed eliminare l'adeguamento all'inflazione per le pensioni in essere. Chi la sente quella? Come minimo indìce uno scioperone come non si è mai visto e io, che ho appoggiato Monti senza se e senza ma, ci faccio la solita figura di m...da. No no; bisogna trovare una soluzione".
Così il Segretario andò a consultarsi con Maria Rosaria.
"Sangue freddo, Garga, e niente isterismi" fu la prima cosa che gli disse Rosy quando fu messa al corrente delle sue preoccupazioni; "con la Scioperaia ci parlo io. Tu stai sciallo" gli disse per rassicurarlo usando un termine di moda che, gli avevano assicurato gli esperti massmediatici del Partitone, giovava all'immagine (e Dio sa, se Maria Rosaria ne aveva bisogno!) di una Presidentessa attenta alle istanze e ai problemi dei giovani.
Bersani respirò: finalmente questa volta sarebbe toccato a qualcun altro togliere queste castagne dal fuoco! Inspirò profondamente e uscì a passo lesto dalla stanza dirigendosi di gran carriera verso il Circolo ARCI di Pietralata dove, al termine della solita abbuffata a base di spaghetti all'amatriciana e  di carciofi alla giudìa, doveva presenziare, in qualità di ospite, al dibattito sul tema di grande attualità democratica: "Se Berlusconi è il padre di questa crisi, chi è la madre?".
Quando Maria Rosaria si trovò davanti alla Camussa e le spiegò perché sarebbe stato poco opportuno indire uno sciopero contro Professormonti sul tema delle pensioni, tutto si sarebbe aspettata meno che quella scoppiasse a ridere senza ritegno con quella gran vociona proletaria che rimbombava sulle pareti della stanza con il frastuono di dieci presse della catena di montaggio della Panda.
Dovettero passare tre minuti buoni prima che la capa dei soviet ciggiellìni, una volta ricompostasi, potesse dare alla Bindi le necessarie spiegazioni del suo comportamento così inaspettato e bizzarro.
"Tranquillo, soldato Bindi" le fece con quel tono spedito e cameratesco che la contraddistingueva fra i mosci appartenenti alla confraternita dei dirigenti sindacali, "la guerra già l'abbiamo vinta: non perderemo un'altra battaglia".
Poi fece accomodare Maria Rosaria su una larga poltrona e, ritta davanti alla Presidentessa, non perse un secondo in più per palesare il suo pensiero.
"Compagna mia" le disse suscitando nella Bindi qualche apprensione, "Posso comprendere le tue preoccupazioni. Certamente non possiamo tacere sull'attacco che Professormonti e company si apprestano a portare alle pensioni e del resto tu sai benissimo che i pensionati costituiscono il 95 per cento degli iscritti alla ciggielle ed il 100 per cento tra coloro che partecipano a quegli scioperi che spesso, a malincuore (e qui fece un sorrisetto che la diceva lunga...), sono costretta a indire. Ovvio pensare che se tutti i pensionati ritirassero la loro iscrizione al nostro sindacato, probabilmente resteremmo con la tessera solo in due: io e... (guardò la Bindi come per avere da lei un cenno di conferma ma vedendola scuotere energicamente la testa, cambiò bersaglio e proseguì, come se niente fosse) ... e il Garga.
Prese fiato, tracannò un bicchiere di barbera che si trovava come per caso sul tavolo, e proseguì: 
"Ma, pur appoggiando Monti ed il suo governo, non possiamo nemmeno permetterci di fare finta di niente o peggio di ignorare queste misure che ricadranno comunque sulla pelle dei pensionati presenti e futuri. Per questo ho deciso la linea che intendo seguire. Darò a tutti i dirigenti sindacali una direttiva che in sintesi è questa: si dirà che, pur se Berlusconi aveva già deciso di intervenire pesantemente sulle pensioni, il Governo, accogliendo la richiesta della ciggièlle ha convenuto di lasciare le pensioni come stanno. 
L'unica, piccola modifica che verrà fatta all'attuale sistema servirà per realizzare quella parità tra uomini e donne (per la quale ci siamo sempre battuti), che la cricca del governo precedente si era sempre rifiutata di fare."
Maria Rosaria non capiva. Ma la Camussa non sapeva che si profilava l'aumento dell'età pensionabile, il diritto alla pensione di anzianità portato da 68 a 73 anni, il calcolo della pensione effettuato col metodo contributivo per tutti, il blocco dell'adeguamento al costo della vita per le pensioni in essere? Non diceva niente insomma sul fatto inconfutabile che si sarebbe dovuto lavorare più anni per andare in pensione più vecchi e con meno soldi?
"Sciàlla, soldato" le disse la Camussa non appena fu messa al corrente dei suoi dubbi. (A proposito, anche la Camussa, come del resto quasi tutti i dirigenti del piddì, usava il gergo giovanilista così di moda in questi giorni. Era trendy, era cool e come ho detto era usatissimo da quasi tutti i dirigenti e affiliati al Partitone. Non ho detto: tutti; ho detto: quasi tutti. Tutti quelli di settant'anni e passa).
"La verità non è quella che è nella realtà dei fatti; la verità è quella che si dice e se noi diciamo che le pensioni non vengono toccate, questa è la verità. Del resto, amica mia, a chi ci rivolgiamo noi? A due tipi di persone: a persone che sono già disposte ad accettare la nostra versione dei fatti anche se sembra cozzare con la realtà delle cose e a persone che non sono interessate al problema. Ai milioni di pensionati iscritti al nostro sindacato cosa vuoi che importi se i lavoratori di oggi andranno in pensione più tardi e con meno soldi? Loro in pensione ci sono già e sono tutti protesi a restarci il più a lungo possibile. Quello che vogliono è continuare a partecipare ai nostri scioperi, alle nostre bellissime gite, ai nostri comizi. Col loro bel fazzolettone rosso intorno al collo quando applaudono quello che parla al microfono si sentono giovani e quando vengono inquadrati fugacemente dalle camere di RAI3 si sentono importanti. A loro basta così poco; perché mai dovrei rendere la loro vita più amara di quanto è già?"
Maria Rosaria taceva. Pensava. Ma perché mai era venuta a parlare con la Camussa proprio lei? Da ora in poi ci avrebbe mandato Bersani, almeno fino a che quello restava Segretario.
"Anzi" proseguì la Camussa che per qualche secondo era rimasta preda dei suoi pensieri, "Sai che ti dico? Domani indico un bello sciopero per il prossimo venerdì. Uno Sciopero Generale. Vedrai, sarà un successo mai visto".
Rosy non capiva:
"Uno sciopero? Ma contro chi? Per che cosa? Il Berlusca non c'è più e Professormonti ha l'immunità globale. Per cosa allora uno sciopero?".
La Camussa guardò Maria Grazia sorridendo.
"Sciopero Generale contro i Cambiamenti Climatici ed il Riscaldamento Globale!. E voglio proprio vedere chi non partecipa." annunciò con la sua voce stentorea.
Maria Grazia pensava e lì per lì restò senza rispondere.
La scosse la Camussa con quel vocione che sembrava Mangiafoco:
"Su con la vita, soldato! Ci vediamo al corteo! E sciàlla!".

THREE IMAGINARY KILLERS - (1) - La congiura

lunedì 31 ottobre 2011

Al riparo da sguardi indiscreti, in una saletta segreta nota solo a loro tre, le porte d'ingresso sorvegliate da quattro No-TAV armati fino ai denti di estintori e sampietrini, la Camussa, Maria Rosaria e Gargamella, schiumavano rabbia da tutti i pori.
Davanti ai loro occhi ancora increduli, una pila di quotidiani freschi di giornata, ammucchiati disordinatamente sul tavolo di  rovere della Sede piddiìna, metteva implacabilmente in mostra i titoli con cui si annunciava al mondo intero la ferale notizia: l'odiato Cav l'aveva sfangata ancora una volta; l'Europa, lungi dal rigettarla, aveva dato fiducia alla manovra varata dal Governo. Il Berlusca, rinfrancato, dichiara di andare avanti. 
Nella piccola stanza tutto tace. Non si ode volare una mosca. L'atmosfera è tipicamente piddiista, carica di sconforto e delusione.
Poi, dopo alcuni minuti di silenzio carico di tensioni pronte ad esplodere fu Rosaria, abbandonando il suo proverbiale parlar forbito, a sbottare:
"La colpa è di quella str...za della Mèrkele e di quel cornuto di Sarkò! Allora, dico io, che le fate a fà le risatine sul nano d'Arcore se poi, quando sarebbe bastato un niente per farlo cadere, vi scusate, dite di esser stati fraintesi e per giunta elogiate le sue misure economiche! Vatti a fidà dei francesi!"
"E pensare che sarebbe bastato poco!" aggiunse di rincalzo la Scioperaia, più incavolata che mai; "bastava fare un comunicato di biasimo, una nota in cui si dichiaravano le misure insufficienti e tutto sarebbe finito.... e invece guarda qui! E ora Quello (la Camussa orgogliosamente non nominava mai l'odiato nemico dei lavoratori) vuole aumentare l'età pensionabile delle donne! Vuole poter trasferire gli statali! Parla di poter licenziare i fannulloni!"
Era troppo. La Guida Suprema dei Proletari d'Italia, la campionessa degli Sfruttati e dei Derelitti, si erse in tutta la sua statura e con gli occhi fiammeggianti, le bionde chiome al vento (tirava un forte vento nella stanza), promise, rivolgendo i pugni al cielo "Ma non passerà! Lo giuro per il Che! Lo prometto per Mao! Maledetto Cavaliere Nero (quando era particolarmente arrabbiata lo chiamava così) tu non prevarrai!".
Ora anche Gargamella (Bersani all'anagrafe) voleva manifestare tutta la sua rabbia e già si era scostato dal tavolo, già si era alzato in piedi, già aveva atteggiato la faccia ad uno di quei suoi ghigni satanici per cui era giustamente temuto dai suoi nemici, già era partito col suo celebre tormentone: "Deve andarsene. Bisogna che Berlusconi dia le dimissioni. Non può restare lì. Deve andar via. Non può più rimanere. Deve fare un passo in..." quando fu interrotto dalle due donne che, trattenendosi per una sorta di rispetto tutto femminile dal mettergli le mani nel muso, gli urlarono all'unisono un vaff...ulo di potenza inaudita, un vaff...ulo tale che spettinò i radi capelli del Segretario, un vaff...ulo la cui eco rimbombò nelle tetre volte della Casa dei Democratici e fu udita persino nella pizzeria "Alla calce ed al mantello", distante oltre duecento metri, piena a quell'ora di attivisti, delegati, portaborse e galoppini democraticissimi richiamati colà dalla pizza alla partigiana, famosa specialità della casa. 
Bersani, compresa l'antifona, si chetò immediatamente, abbassò la testa e da allora e per tutto il resto della riunione, nessuno udì più una sua parola; né del resto il Segretario si adombrò della piccola contestazione ricevuta riservandosi di riproporre quella sera stessa, come del resto faceva da mesi, la sua celebre invettiva antiberlusconiana davanti alle telecamere del TG3 (e questa volta senza pericolo di interruzioni).
"Cosa possiamo fare?" chiese poi, una volta riacquistato il proprio sangue freddo, la Camussa. E proseguì, senza attendere risposta: "Io, detto tra noi, mi sò un pò stufata della solita manfrina dello Sciopero Generale. Lo sapete anche voi, no, cosa succede? Io indico lo Sciopero un mese prima e naturalmente di venerdì per invogliare gli indecisi, organizzo un volantinaggio capillare in tutte le piazze d'Italia, lo promuovo al massimo su RAI3, l'Unità e la Repubblica, e poi?... Ci si ritrova a migliaia a sfilare verso Piazza del Popolo con il collaudato armamentario di tamburi, putipù, trombette e bandiere rosse ma nonostante i cori, gli sfottò, gli slogan progressisti e gli striscioni incazzatissimi alla fine aritònfa! Sempre le stesse facce, sempre gli stessi discorsi davanti allo stesso pubblico: studenti in cerca di una giornata di vacanza, pensionati invogliati da una gita gratis a Roma, i soliti estracomunitari curiosi e poi i Disoccupati Organizzati, i Precari Perenni, i Clandestini Irregolarizzati, i Girotondini, gli Indignatos, i Transessuali Ecologici e le sfigate del "Se non ora quando". Alla fine tutto resta come prima, la giornata è passata e nonostante i titoli entusiasti dei giornali amici il Cav se ne frega, quelli del Governo se ne fregano, la maggioranza delle persone se ne frega e tutto resta come prima. Con il Berlusca a Capo del Governo!!" concluse in un grido disperato.
I tre disgraziati non sapevano dove sbattere la testa. Ma non era dunque possibile defenestrare il Tiranno? "Eterno Marx, non esiste dunque un modo per riprendersi il potere?" pensavano i tre, assai demoralizzati.
Alla fine fu Rosa ad avere un'idea risolutiva. La Presidentessa del Partitone, dopo aver chiesto ed ottenuto silenzio, si rivolse agli altri suoi compagni e disse, come parlando tra sé: "Amici, compagni. Io un'idea ce l'avrei. E' una ipotesi estrema ma, come si dice, a mali estremi estreme misure. E' un'idea che a molti può non piacere, lo dico subito. A me piace" concluse prima di fare silenzio.
"Forza. Spara" la incitò la Camussa che, probabilmente, aveva già capito le intenzioni dell'altra.
"Compagni" fece Rosa "C'è una sola possibilità di liberarci del Dittatore. Bisogna distruggerlo. Annientarlo. Toglierlo di mezzo". Gli altri due, sentendo queste parole e vedendola così determinata non poterono evitare di sentire un brivido scorrer loro nella schiena.
"Parla, dunque" incitò la Camussa, resa arrapatissima da questa situazione dove presentiva odor di sangue, "Dicci ordunque i tuoi proponimenti e noi tutti, noi tutti (e fissò con uno sguardo raggelante Bersani che non osava fiatare) ti seguiremo come un sol uomo".
Appagata dalla risposta dei suoi compari Maria Rosaria rifiatò, bevve un lungo sorso da un bicchiere d'acqua che si trovava per caso sul tavolo e, salita su una sedia, si accinse finalmente a parlare....


(segue)

IL GIURAMENTO DI GARGAMELLA

domenica 16 ottobre 2011

Aritònfa! Per l'ennesima volta, proprio quando ormai sembrava fatta, quando ormai pareva che al Cav non restasse che filarsela in tutta furia lasciando le leve del comando alla pattuglia sparsa degli oppositori... tràkkete! Ci risiamo; ancora fiducia al Cavaliere Nero, ancora la conta dei voti dei deputati che lo premia (e in TV! e in diretta!), ancora il ghigno satanico del Satiro d'Arcore a sbeffeggiare il Partito degli Onesti, dei Diversi, di Quelli-che-Hanno-una-Storia-alle-Spalle.
La moltitudine iperdemocratica e solidale ("milioni-e-milioni.." come dice il TG3), l'eterogenea folla amante del Progresso (ovviamente nel rispetto dell'Ambiente, delle Culture Alternative e della Biodiversità) composta da rifondatori comunisti, teo-dem, girotondini, popolo viola, anarco-insurrezionalisti, indignati antifinanziari, vegetariani rivoluzionari, clandestini extraeuropei, disoccupati organizzati, ospiti dei centri sociali, No-TAV, No-DalMolin, dissidenti storici, gay rivoluzionari, femministe clitorgasmiche, animatrici del "Se-non-ora-quando", studenti veterofuoricorsisti, black-bloc, portatori di calzini turchese e Amici di Franceschini, ci sono rimasti parecchio, ma parecchio male.
Prima hanno cercato di minimizzare la sconfitta ("Hanno vinto, sì, ma di poco..." o anche "Hanno vinto, però meno di quanto speravano...) ma si sono resi subito conto che persino il nòcciolo più duro di quello che restava del proprio elettorato questa non l'avrebbe bevuta.
Allora hanno cercato di trovare un capro espiatorio da incolpare per l'inaspettata, dolorosissima, debacle.
"E' tutta colpa di Pannella!" ha bofonnchiato la Maria Rosaria da Sinalunga aggiungendo poi "Quello str...zo!" che, in bocca ad una signorina dabbene come lei, ha fatto scuotere la testa in segno di biasimo, anche ad un uomo aduso al linguaggio da béttola come Di Pietro.
Poi, a mente fredda, si sono ritrovati tutti intorno ad un tavolo per cercar di realizzare chi potesse essere il vero colpevole della sconfitta. Sono passati alcuni minuti di silenzio; Maria Rosaria Bindi, D'Alema, Vendola, Franceschini e Fassino, ognuno con lo sguardo abbassato in cerca di una motivazione, ragionavano intensamente alla ricerca di chi fra loro poteva aver contribuito a tenere in sella ancora chissà per quanto tempo l'odiatissimo Cavaliere.
Ma chi? Chi poteva esser stato colui ("quello str..zo" secondo la definizione di Maria Rosaria) che poteva aver propiziato con il suo comportamento la disfatta della coalizione anti-premier?
Doveva trattarsi di una persona molto in vista per aver potuto influenzare così negativamente i membri del Parlamento e nello stesso tempo doveva essere un menagramo tale da riuscire a convogliare su di sé e sopra il capo dei suoi compagni di Partito le più avverse forze iettatorie e malefiche del cosmo intero. 
Riflettiamo (dicevano); dunque: una persona scontrosa... costituzionalmente antipatica... un perdente nato.... uno sfigato... deve essere uno che può originare in chi lo guarda una reazione oscillante tra il rigetto silenzioso e l'istintivo impulso a reagire con il violento sarcasmo o con il passaggio alle vie di fatto; uno che può indurre chi lo veda e lo ascolti ad appoggiare persino il suo avversario, così, per spregio.
I cinque, avevano alzato gli occhi guardandosi in viso. Ognuno di loro aveva trovato in cuor suo la risposta: il colpevole delle sanguinose sconfitte del Partitone non poteva che essere lui... "Gargamella!" è il grido liberatorio che sale dal petto dei cinque Democratici. "Non può essere che lui. Ancora lui. Pierluigi! Ah, maledetto!" proruppe finalmente Maria Rosaria mostrando i pugni al cielo mentre Di Pietro, celato dietro ad una tenda, digrignando i denti, faceva il gesto come di uno che torce un panno appena lavato per strizzarlo.
E Bersani? Dov'è Bersani? Perché il Segretario Unico, il Fustigatore dell'Immoralità, il Difensore dei Deboli, il Rifugio degli Emarginati non era intervenuto alla cruciale  riunione?
Gielle (Gianluigi) dopo l'ennesimo scorno parlamentare si era velocemente eclissato; lamentando una improvvisa incontinenza urinaria era sortito dalla riunione uscendo da una porta secondaria riuscendo, col favore delle tenebre, a far perdere le proprie tracce. L'uomo era in preda ad un subbuglio interiore che gli martoriava la mente; ma com'era possibile? Ancora sconfitto dal cavaliere Nero? Ancora battuto da colui che non aveva mancato di attaccare ogni giorno, per mesi, chiedendone le doverose, sacrosante dimissioni; da quello che aveva definito essere un'Ombra che Cammina, uno finito, uno buono tutt'al più per la pensione? Bersani non si capacitava.
Ma eccolo il Segretario piddiista; seguiamolo attentamente nel suo confuso peregrinare.
Come detto, solo, strisciando lungo i muri per non farsi riconoscere, Bersani è sgattaiolato via da Montecitorio subito dopo la fine della votazione. Chi avesse incontrato lo sguardo di quell'uomo, a stento avrebbe potuto riconoscerlo ma avrebbe avvertito un brivido gelido scorrergli giù per la schiena.
La schiena curva, stretto nella sua giacchetta troppo lunga per la sua figura emaciata, i rari capelli scompigliati, lo sguardo fisso a terra e l'andatura traballante come di colui che è colpito da una calamità troppo grande e improvvisa per poterla sopportare, Gargamella (permettete anche a noi, di chiamarlo familiarmente così) più che camminare arranca come un ubriaco, diretto verso le sicure mura domestiche. Sa che per lui non c'è domani, che i suoi giorni a capo del Piddì sono ormai contati, che i suoi non gli perdoneranno la sconfitta; sa che già si prepara per lui l'epurazione, l'oblìo, l'ignominia dell'allontanamento da quel partito che è stato per lui, negli ultimi anni, casa, lavoro, rifugio.
Entra finalmente in casa, si chiude la porta dietro le spalle, si appoggia la muro. Ora può respirare anche se il suo respiro rassomiglia piuttosto al rantolo ansimante di un febbricitante. E' notte; è solo. A stento riesce a raggiungere la cucina, ad aprire la dispensa, a versarsi un bicchiere di lambrusco (il lambrusco non manca mai in casa di Bersani). Beve a larghi sorsi la rossa bevanda che gli permette, poco a poco, di riacquistare il suo naturale colore livido ed una calma apparente.
Ma poi, improvvisamente, ecco un rigurgito di ribellione in quell'uomo così provato dalle ultime vicissitudini. Apre la finestra ed incurante della pioggia che gli sferza il viso (a proposito: si è messo anche a piovere, nel frattempo) e del bagliore dei fulmini che guizzano da ogni parte, ecco che vuol lanciare ancora la sua sfida, tutto proteso verso il cielo nero, ferito ma non domato, le braccia alzate quasi ad invocare le forze più oscure dell'universo; ancora una volta la sua voce roca sfida il rombo del tuono e fa rabbrividire nelle loro tane i piccoli abitatori dei boschi; il suo grido è un'anatèma minaccioso, mortale, rabbioso: "Maledetto Berlusca! Hai vinto ancora una volta! Ma, ricorda, non finisce qui!" poi, per meglio cementare davanti alle forze del cosmo la sua determinazione, unisce a X gli indici delle sue mani e bacia il punto dove le due dita si incrociano: "Lo giuro!". E il boato del tuono che rimbomba nelle valli par suggellare il tremendo giuramento.

Le misure contro la crisi

mercoledì 10 agosto 2011

Certo che così non se lo sarebbero mai aspettato. Quando Silvio, tre anni orsono, stravinse le elezioni ottenendo una maggioranza parlamentare schiacciante, Bersani, Franceschini e la Bindi (per non parlare di D'Alema) se l'erano vista parecchio ma parecchio brutta. Ma come? Dopo tutti gli attacchi che gli avevano portato (supportati da tutta la stampa cosidetta "indipendente", da tutta la magistratura cosidetta "imparziale", dalle reti televisive più colte e prestigiose), il Cav non solo rivinceva le elezioni, ma lo faceva in modo da porre seri dubbi sulla stessa possibilità di un'opposizione di sinistra in Italia.
"O Dio bonino, ma proprio a noi doveva capitare una cosa così" si lamentava la Rosy, passeggiando nervosamente su e giù per le stanze della Sede del PD, incapace di trovar pace. "Mo bada ben, Rosy, che io me lo sentivo. Ma mica così? Socc'mel, ma dove l'è che abbiamo sbagliato?", Bersani non si capacitava. Cercava invano di incontrare lo sguardo di Franceschini, che, zitto zitto, in un angolino, faceva finta di parlare al telefonino per non essere costretto, lui, segretario del partito in carica, a dare spiegazioni.
Solo D'Alema rideva sotto i baffi. "Mi volevate fare le scarpe, eh?" sogghignava "O ciucciatevi il Berlusca, tiè!" Quasi godeva della sconfitta.
Poi però le cose erano cambiate. Cominciò quel ciucchettone di Tartaglia a dare una bella scossa al Cavaliere: mica un colpo da niente, quasi gli aveva portato via un occhio! Berlusconi non fece una grinza, ma ci sformò. Poi venne la D'Addario, la escort con registratore incorporato che se ne venne a "la Repubblica" a raccontare per filo e per segno, il prima e il dopo, il sopra e il sotto, il davanti ed il didietro delle sue serate ad Arcore. Berlusca, da quel signore che è, glissò su tutta la faccenda, ma un pochino vacillò. Eccoti poi la moglie, la Veronica, che, in quanto coniuge cornuta, si vide riconoscere in sede di divorzio certi alimenti che ci avrebbe mangiato una nazione intera. Berlusconi, signorilmente pagò, ma cominciò ad inc..arsi. Poi vennero, di seguito una all'altra: richiesta di incarcerazione per i diritti Media Trade; l'affaire Mills; lo scandalo a luci rosse delle seratine allegre trascorse in dolce compagnia (Ruby e company) a Palazzo Grazioli, ad Arcore, a Villa Certosa e in qualunque altro luogo atto allo scopo; e poi il rimborso miliardario a De Benedetti; lo scisma di Fini...
Ce n'era da ammazzare un toro. Il Berlusca, per la prima volta era veramente alle corde come un pugile suonato. Pareva che da un momento all'altro, bastava chiederlo, e il dittatore nero sarebbe stato ignominiosamente defenestrato spalancando le sale dei bottoni dei Palazzi che contano alla vittoriosa Opposizione, che, c'era da giurarsi, in brevissimo tempo avrebbe restaurato tutto il suo armamentario culturale fatto di concertazioni, dibattiti, commissioni, comitati e compagnia che, sempre all'ombra dell'intoccabile Resistenza (e della bandiera del Che Guevara; ci se n'era scordati?) avrebbe riportato il progressismo ai massimi vertici del potere indecisionale.
O allora, che stava succedendo? O perché il Cavaliere Nero era sempre lì? O perché non se ne andava ora che anche lui sembrava stanco, ora che anche i suoi lo stavano velocemente scaricando?
Era avvenuto un fatto.
Il fatto era che l'Italia stava cominciando ad andare ineluttabilmente a rotoli e per cercare di risollevarla c'era bisogno di chiedere sacrifici (e duri, e tanti) alla gente. Sì, insomma, ci voleva qualcuno che avesse la faccia tosta di ripresentarsi davanti al popolo con tutto lo stesso armamentario di leggi e leggine che: aumenta una tassa di qua, togli un'esenzione di là, aumenta i ticket ospedalieri, metti le accise sulla benzina, sposta in avanti l'età pensionabile, aumenta il prezzo di sigarette, tram, treni, autostrade, asili nido, tasse scolastiche e IVA.. avrebbe permesso di rimandare il crack di qualche anno preservando nello stesso tempo la Casta dominante dalla perdita di uno solo dei suoi incoffessabilissimi, immeritatissimi ed esageratissimi privilegi.
Rosy, Franceschini, D'Alema, Fassino, Vendola e tutti i capi del glorioso partito che fu una volta il P.C.I. si erano guardati negli occhi.
"Ragazzi" aveva detto la Rosy quando si accorse che nessun altro avrebbe preso la parola; "Se noi andiamo al governo e prendiamo una sola di queste misure impopolari, siamo finiti. Estinti. Distrutti. Non ci voteranno più nemmeno gli immigrati clandestini del Saharawi, nemmeno le prostitute senegalesi del Raccordo Anulare, nemmeno i black block del Leoncavallo, nemmeno le gang del No-Tav nonostante tutto quello che abbiamo fatto per loro".
Passarono un minuto in silenzio.
"E se, che so?" azzardò Franceschini "Proponessimo l'aumento dell'età pensionabile per tutti?"
"Spiègati bene" chiese minaccioso D'Alema.
"Volevo dire" balbettò Franceschini "Anche per noi della Casta.."
"Cosaaa?" Il grido all'unisono spaventò il giovane democratico al punto che questi non osò replicare e se ne uscì a fare due passi tutto impermalosito.
"Ho trovato. Per far digerire le misure al popolo potremmo mettere una grande tassa sui beni di lusso. Diamanti, Limousine... yacht..." azzardò la Bindi.
D'Alema la incenerì con lo sguardo: "A Rosy.. pensa un pò ai cazzacci tua" le fece tutto incavolato. La poverina non osò replicare.
Alla fine convennero che sarebbe stato meglio tenersi Berlusconi almeno fino a che non avesse aumentato le tasse, alzato le tariffe e rivisto l'età pensionabile. Loro si sarebbero fatti vivi dopo, per denunciare i provvedimenti filofascisti di un governo di destra.
Per adesso era meglio lasciar stare. Attendere. Defilarsi. Tenere basso profilo. 
"Ma allora" fece Bersani "Dovrò anche smettere di chiedere ogni minuto le dimissioni del Cavaliere?"
"Meglio lasciar perdere, per ora" gli fece piano D'Alema, "Fagli fare queste leggi impopolari e vedrai che fra poco, passata l'emergenza, il Cavaliere non ci sarà più". 
E mentre quello, sconsolato, si allontanava; "E nemmeno tu" fece, come parlando tra sé e sé.


IL CAPO E' NERVOSO

giovedì 26 maggio 2011

Oggi Bersani è intrattabile. Sempre scuro in volto, iroso, pronto a scattare su per un nonnulla, incavolato nero come da qualche tempo non succedeva. I suoi sono costernati: “Ocché gli è successo?”, “Ocché gli s’è fatto?”. Non sanno darsi una risposta; si guardano tra di loro, smarriti, alla ricerca di un indizio. Niente; “Ammazza quanto è lezzo oggi Gargamella!” si ammiccano l’un l’altro quando si incrociano nei corridoi della Sede del PD. Non sanno darsene una ragione.
Ma, per scoprire il mistero, facciamo un passo indietro.
Allarmati per la continua emorragia di consensi che rischiava in breve tempo di ridurre quello che era pur sempre l’erede del Partitone, la bandiera dei Proletari, il punto di riferimento di tutti i progressisti doc (nonché ovviamente pacifisti e antiimperialisti) al livello di un IDV qualsiasi, le Alte Sfere avevano deciso di correre ai ripari.
Compagni” aveva sussurrato la Bindi (parlava a bassa voce per non farsi sentire dal Bersa) ai suoi fedelissimi: “se continua con quest’andazzo qui tra poco non votano più per noi nemmeno i comunisti. Non so se mi spiego”. E così era stato indetta una riunione che, dopo un lungo ed accurato studio di tutte le variabili era giunta ad una conclusione; l’unica, a sentire Franceschini, in grado di cambiare l’ordine delle cose e di far tornare suffragi e consensi sul glorioso Partito dei Lavoratori.
La sera si erano fatti ricevere da Bersani e l’avevano messo con le spalle al muro.
Senti” gli aveva detto a muso duro la Rosy, spalleggiata da Franceschini e da D’Alema, “qui la situazione è grave. C’è un solo mezzo per salvarci e dipende da te.” e poi, in un orecchio: “anche l’Uomo del Colle… capiscimi… è d’accordo”.
Bersani aveva chiesto, piuttosto allarmato, cosa poteva fare. Lui era disposto a tutto per il bene del Partito.
Facile” aveva risposto la Bindi “abbiamo trovato cosa c’è in te che non va. Non sei abbastanza “giovane”. Per dirla con Celentano, sei “lento”, compagno Bersani. E invece i nostri elettori vogliono essere guidati da gente “rock”! Non sei d’accordo?” aveva chiesto melliflua.
Bersani aveva sospirato; cosa bisogna fare per il bene del Partito! Ma dopotutto era o non era lui il Segretario, l’Uomo più influente del PD, il Primo e Unico Nemico del Diabolico Cavaliere? Dopo un minuto buono di silenzio aveva accettato:
Allora, cosa avete deciso? Cosa devo fare? Sono disposto a tutto” aveva dichiarato stoicamente generando così un lungo e spontaneo applauso di tutti i presenti.
Vedi, compagno Bersani, anzi, vorrai scusarmi se ti voglio chiamare “amico” Bersani. Dovresti cambiare un po’. Modificare il tuo comportamento… il tuo atteggiamento…” e poiché non proseguiva Franceschini aveva prontamente continuato: “Anche il tuo look”.
Amico Segretario” toccava alla Bindi concludere “Abbiamo deciso che per vincere devi comportarti come Vendola. Fai come lui, parla come lui, usa i suoi argomenti, fai tuo il suo stile di vita. Imitalo in tutto e, ne siamo tutti sicuri, vincerai” aveva concluso trionfante la suffragetta di Sinalunga.

Dopo un po’ che quelli se ne erano andati Bersani aveva cominciato a riflettere sulla sua posizione e sulla promessa che (ne era sicuro) gli avevano estorta. Accidenti a loro!
Comunque si era dedicato fin da subito ad accontentarli.
Il giorno successivo aveva iniziato a prendere lezioni di pugliese (dal fruttivendolo che era originario di Taranto) e, anche se la sua parlata romagnola non se ne voleva andare del tutto, i risultati già cominciavano a farsi sentire. Tempo tre ore e parlava come un Lino Banfi imitato da Valentino Rossi: non un granché ma, ne era sicuro, gli elettori avrebbero apprezzato. Poi si fece mettere due orecchini, uno per parte (uno solo gli sembrava poco: era o non era lui il Segretario?) e, consigliato da tutta la componente femminile del suo Ufficio si decise, a partire dal giorno dopo, a cambiare modo di vestire (più giovanile), di parlare (meno politichese, più giochi di parole e battute fulminanti – gliele avrebbe scritte Fabio Fazio –) e di affrontare Berlusconi (con ironia, sorridendo e senza mai lasciarsi andare ad improperi, allusioni al bunga-bunga ed offese triviali, tutte cose del suo repertorio passato che, gli avevano detto, non piacciono nei salotti che contano della sinistra radical-chic).
Arrivati a sera e tornando, stanco ma soddisfatto, a casa, Bersani poteva in tutta coscienza affermare a sé stesso di aver fatto grossi progressi; ci si era impegnato a fondo, d’accordo, e nei giorni successivi il lavoro sulla sua immagine per renderla sempre più vendoliana sarebbe stato ancora più difficile, ma ci stava provando e i risultati si sarebbero visti presto: dalle prossime elezioni.
E così, dopo aver cenato e aver seguito, come ogni sera, i programmi di RAI3, il Bersani, stanco come non gli capitava da anni non vede l’ora di mettersi a letto. Si spoglia, si mette la camicia da notte (il pigiama è roba da borghesi!), si corica, si volta su un lato e fa per addormentarsi.
Una mano lo tocca, lo scuote… Bersani accende l’abat-jour: che succede? Chi è?
E’ la moglie, la signora Daniela. Ha notato che c’è qualcosa che non va nell’uomo che ha sposato e che è stato il suo compagno da una vita. Vuole vederci chiaro. Bersani non ce la fa quasi a tenere gli occhi aperti ma quella insiste, alza la voce, lo scuote… basta! Beh, dopotutto è un suo diritto, pensa Bersani, e, cercando di prevalere sul sonno che lo avviluppa, le racconta tutto per filo e per segno. Silenzio.
La Signora Daniela tace. Pensa. Poi chiede: “Ma com’è che ti è venuto in mente di imitare proprio il Vendola?”. Bersani le rispiega tutto: la calata di consensi, la decisione di cambiare atteggiamento… La Signora Daniela lo interrompe: “E cosa dovresti imitare di Vendola?” chiede (ma si vede che è nervosa). “Beh, cara, tutto. Devo sembrare come lui. Comportarmi come fa lui. Se riesco ad essere come lui, è fatta. Vinceremo le lezioni e sarò ancora Segretario” conclude trionfante. Ora potrà dormire? No. Per niente. La Signora Daniela non si fa mica convincere.
Senti un po’, a Segretario” gli fa ironica “Fuori di questa casa imita chi ti pare, anche quel (e qui dice una parola che, per pudore, mi rifiuto di riportare) di Vendola. Ma in questa casa e dentro questo letto….  Senti mò (ora parla a voce alta, altissima e Bersani si fa piccino piccino, si sposta in un angolo del lettone e vorrebbe sprofondare, dormire, forse sognare) non t’azzardare a comportarti come Vendola! E non mi far dire di più! Mi hai capito”. Poi anche la Signora Daniela, mugugnando spenge la luce e si gira dall’altra parte. Ma Bersani ha perso il sonno, ormai. E riesce a sentire ancora la moglie che dice, come parlando tra sé e sé “Mi fa il Vendola, quello. Ma se vuol fare qualcuno, almeno in questa casa, faccia il Berlusca.. se gli riesce”. 

SOGNO O SON DESTO? ovvero: Un incubo di Gargamella

domenica 12 dicembre 2010

Era la notte del 13 Dicembre e Bersani, sdraiato al buio nel proprio letto, non riusciva ad addormentarsi. Erano già le una passate ma strani pensieri gli si agitavano nel cervello rendendogli difficile prender sonno.
Il pover’uomo era ormai arrivato al limite della sopportazione. Ma come? Quando ormai tutto sembrava fatto, quando le cose procedevano a puntino e gli eventi auspicati si verificavano puntualmente come fossero controllati da un orologio, ecco che proprio alla vigilia della mozione di sfiducia preparata appositamente da Fini e Casini per sloggiarlo dalla carica di Premier, l’odiato B., il Dittatore che proprio lui, Bersani, aveva definito negli ultimi tre mesi in ogni dichiarazione, in ogni intervista e in ogni talk show nei quali si era presentato come: finito, esaurito, spacciato, eliminato, cacciato e, insomma, morto e sepolto, si metteva in testa di andare alla conta dei voti in Parlamento. E questo senza tenere in nessun conto quanto lui stesso, la Bindi,  Di Pietro, Fini e Casini gli consigliavano: è tutto previsto, sarai sfiduciato, caro B., fìdati; è inutile votare la sfiducia, rispàrmiati la figuraccia, dimèttiti e chi s’è visto s’è visto.
Quello invece niente: fermo, duro come un sasso: - Se non ho più la maggioranza lo voglio verificare contando i voti – si è messo a dire - non mi fido dei vostri sondaggi – come se non volessimo dimetterlo per il suo bene, pensava Bersani, per non fargli subire una umiliazione; insomma, perché ci fa un po’ pietà.
Ed ecco che accidenti a lui, pensava rigirandosi nel letto Gargamella (il nomignolo gli era stato affibbiato da quella sempliciona della Bindi), giorno dopo giorno, ora dopo ora, prima impercettibilmente, poi lentamente, ma comunque inesorabilmente, le cose sembrava si fossero messe a girare da tutt’altra parte e quello che “doveva” essere il giorno della madre di tutti i ribaltoni, il giorno della riscossa della grande coalizione (ex-fascisti, ex-comunisti, filini, valoriani, casini e chi più ne ha più ne metta, tutti uniti sotto la grande bandiera dell’antiarborismo viscerale) rischiava di divenire il giorno della più sanguinosa disfatta che i progressisti, che pur avevano promosso, sponsorizzato e esaltato quel fatidico 14 Dicembre (un piccolo D-Day di casa nostra), avessero mai subito nella loro gloriosa, se pur controversa, storia.
Certo se il 14 (rimuginava il Garga) quel diavolo d’un B. porta a casa la fiducia, nonostante il cambio di giubba di Fini e dei suoi, nonostante la chiamata a raccolta di tutti i cani sciolti della politica italiana sotto la bandiera del PD, nonostante il battage massmediatico degli anchor-men amici (Fazio, Santoro, Annunziata, Scalfari, Floris eccetera eccetera) e nonostante anni di sputtanamenti vari (veri e presunti ma comunque tutti fedelmente documentati dal giornale dei giornali: la velina scalfariana), non so più cosa fare.
Beh, pensava, dovrò fin da ora procurarmi un buon motivo per giustificare la figuraccia. Pensò vorticosamente: motivi buoni, giustificazioni credibili non ce n’erano, almeno di prima mano.. sudava. Si agitò nervosamente nel letto mentre tutto uno scenario infernale si spiegava dinanzi agli occhi della sua immaginazione: …vedeva il Cavaliere Vittorioso… vedeva folle che inneggiavano a B. Premier a vita… vedeva Franceschini che gli toglieva il saluto, Fassino che, incrociandolo nel corridoio di Montecitorio gli si rivolgeva col gesto dell’ombrello, la Bindi, già di suo poco incline alle mezze misure, che lo spingeva via.. via dalla sua sedia.. lontano..lontano..
Poi si rasserenò; il viso gli si schiarì, il respiro divenne più regolare. Aveva forse trovato la soluzione? (penserà qualcuno): niente affatto, signori e del resto quale soluzione potrebbe mai trovare uno passato alla storia di questi ultimi decenni come il più perdente fra tutti gli uomini politici europei? (Franceschini a parte). Solo aveva improvvisamente comparato la sua situazione con quella di Fini, il Quisling de noantri.
E pensando alla situazione in cui si sarebbe trovato il Presidente della Camera all’indomani di una votazione di fiducia favorevole al Duce di Arcore, Bersani si sentì improvvisamente sereno, quasi felice.
Perché sarebbe pur potuto piovere m..rda su di lui, ma, pur incessante, puzzolente e degradante sarebbe stata acqua di colonia rispetto alla valanga himalaiana di m..rda, allo tsunami globale di m..rda, all’inondazione megagalattica di m..rda, all’eruzione interspaziale di m..rda fresca, inattaccabile ed insolubile che avrebbe travolto nelle sue schifosissime spirali il saputello fasciocomunista, il piccolo Cesare fallito, il presupponente demiurgo in doppiopetto e ditino alzato, il transfuga stolto….
“Non mi è mai stato simpatico”, pensò oscuramente Bersani.
Ebbe un tremito, un brivido, una breve sensazione di freddo e poi un raggio di luce improvvisa lo svegliò. Era l’alba! Senza accorgersene si era addormentato e quelle brutte sensazioni non erano state altro che incubi!
Bersani si sentì rinascere. Era il 14, doveva prepararsi per il grande giorno, quello che avrebbe segnato il suo trionfo e la rovina irreversibile del suo acerrimo nemico. Nient’altro che un sogno! Si avviò verso Montecitorio con la faccia di sempre, con l’andatura di sempre, con il portamento di sempre; ma un pensiero aveva cominciato a roderlo dentro e restava lì, non se ne andava.. non se ne voleva andare. E se invece… Scacciò quel pensiero inopportuno dalla mente; “Vinceremo sicuramente” si sforzò di pensare. Ma se…