Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci
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La sindrome di Polley

giovedì 14 giugno 2012

E' morto da poco l'inventore del telecomando; si chiamava  Eugene Polley e non lo conosceva nessuno. La perdita non è di poco conto; la sua invenzione infatti ha rivoluzionato il modo di fare e di guardare la TV, anzi, si può affermare che ha addirittura "inventato" la televisione moderna. Il telecomando ha reso possibile la coesistenza in un unico televisore di innumerevoli canali televisivi (senza di lui, tre o quattro sarebbero stati sufficienti), ha contribuito alla nascita e allo sviluppo delle televisioni commerciali, ha influenzato i palinsesti e ha dato vita e potere a quel diabolico strumento chiamato Auditel.
Zàppete! un colpo al telecomando e si passa immantinente dalla partita di calcio al talk show; rizzàppete!!, e si passa dal dibattito politico a Miss Italia; zap! (càmbiooo!) zap! (càmbiooo!) zap-zap-zap!!: a non finire. E' stato inventato anche un verbo: to zap (dal quale: zapping), per indicare la funzione con la quale, picchiettando sul telecomando con le dita, si scorrono i canali... e tutto grazie all'invenzione di Polley.
Dato a Polley il dovuto onore devo però annotare un fastidioso effetto collaterale della sua invenzione, un disturbo non raro che può colpire a caso il telespettatore e che va sotto il nome di: Sindrome di Polley. Si tratta di un impulso compulsivo, involontario e irrefrenabile che costringe il colpito da tale male (e al di fuori della sua volontà!) a cambiar canale non appena sullo schermo TV si verifichi una certa condizione. Io ne sono stato, ahimé, colpito appieno;  mi vergogno a dirlo ma nel mio caso la causa scatenante dei sintomi della maledetta sindrome è la comparsa in TV del nostro beneamato Capo dello Stato.
Non so come e perché succeda. Ad esempio: è sera e dopo aver cenato mi accomodo sul divano davanti al televisore. Guardo il Telegiornale tranquillamente rilassato (e niente farebbe presagire un attacco della sindrome) fino a quando improvvisamente lo speaker annuncia: "Il Presidente della Repubblica si è recato oggi in Romania dove non ha mancato di occuparsi delle prospettive europee del nostro Paese. Vi presentiamo il nostro servizio sul suo intervento....." e immediatamente, come ubbidendo ad un ordine non dato da me, ma imposto alla mia mano da una forza e una volontà sconosciuta e aliena, l'indice scatta su un numerello a caso dell'invenzione di Polley e subito mi trovo (ma non vorrei, si badi bene!) a vedere la reclame della tal carta igienica, o a seguire la partita di pallanuoto tra Recco e Posillipo, o dentro un cartone animato o chissadove ma comunque senza possibilità alcuna di poter ascoltare le basilari parole e i fondamentali concetti del nostro beneamato Presidente. 
Succede così; immancabilmente. In qualsiasi occasione (Festa, parata, intervista, presenziazione, discorso ufficiale, ecc. ecc.) ci sia non dico la certezza, ma il semplice rischio che  il Capo dello Stato si materializzi in TV davanti ai miei occhi ecco che... veloce come il fulmine: ZAP!! un attacco proditorio e improvviso della Sindrome e mi trovo (mio malgrado) a dover seguire un altro programma. E' una iattura!
C'è da dire che la sindrome non continua a produrre i suoi effetti per molto: passati dai tre ai quattro minuti (il tempo medio di un intervento in TV del Presidente) riesco a provare a tornare sul canale originario e nella maggior parte dei casi (tutti quelli in cui il Presidente non c'è più) riesco a restarci e a riprendere a seguire il programma che avevo repentinamente interrotto. Se invece per qualche motivo per me oscuro (dato che non riesco mai a sapere, per via della sindrome, cosa deve dire il Presidente) quello si trova ancora là...RI-ZZAPP!!!, l'indice scatta più veloce della luce, il canale cambia e questa volta prima che possa riazzardarmi a tornare indietro passano più di dieci minuti (caso mai Lui ci fosse ancora).
Sono stato a farmi vedere da alcuni specialisti; lo credereste? La sindrome, al momento, è purtroppo assolutamente incurabile. Visto che i colpiti da questo male sono però in costante aumento, c'è da sperare che la ricerca scientifica si attivi a trovare un rimedio ad un disturbo così penoso. Io ci spero: prima o poi si troverà un farmaco capace di impedire l'insorgere di una sindrome così  imbarazzante. "Stai sicuro" mi ha detto un medico mio amico, "ti posso assicurare che, al massimo fra un anno e comunque non oltre le prossime elezioni presidenziali, il tuo problema sarà, in un modo o in un altro, risolto". Sarà vero? Potrò guarire? Resto in fiduciosa attesa; la salute è una cosa seria. 

Il polso del Paese

martedì 8 maggio 2012

Dario non credeva alle sue orecchie. Insomma: gli pareva impossibile. Eccolo quindi dal suo più caro amico (io; me; il sottoscritto) a chieder solidali parole di conforto o almeno un commento anestetico e rassicurante a ciò che aveva udito (o gli era parso di udire?). Arièccoci quindi al solito bar, seduti davanti al solito tavolino, di fronte al solito caffè (lui) e tamarindo con ghiaccio (io) a cercar di scoprire l'arcano. Di che si trattava? Cosa era successo?
"Forza, raccontami quale è la cosa che ti ha così turbato. Di che si tratta?".
Senza riportare integralmente le parole di Dario ecco qui il veloce riassunto di ciò che lo aveva così sfavorevolmente colpito: niente di eccezionale, solo alcune dichiarazioni che aveva sentito in televisione, al telegiornale. Il mio sensibile amico aveva ascoltato (o gli era sembrato?) il nostro beneamato Presidente che, di fronte ad una delle solite platee che giornalmente lo ospitano per dar modo ai cronisti di riportare in prima pagina le  sue imperdibili frasi (siano esse mòniti, o dichiarazioni patriottiche, o larvate minacce a chi non fa quello che lui vorrebbe...) aveva detto  (o gli era parso?) 
1: che chi non paga le tasse è un antiitaliano, delinquente e traditore, e 
2: che non bisogna voltare le spalle alla politica (intendendo con la parola "politica", i partiti appoggiaMonti). 
Ma come? (diceva Dario) Per quanto riguarda l'evasione bisogna distinguere. Se le tasse sono spropositate o palesemente inferiori ai servizi che lo Stato ci offre, e in presenza di crediti da far valere nei confronti dello Stato stesso, l'evasione è comprensibile e l'accusa di antiitalianità non ci azzecca per niente; e per quanto riguarda i partiti politici, perché mai bisognerebbe continuare a dar loro credito dato che in passato hanno prodotto solo danni portandoci in questa situazione e al presente, ridotti a ratificare sic-et-simpliciter le decisioni dei professori, non servono a niente?
L'ho rassicurato (Dario).
"Vedi, amico mio" -gli ho spiegato- "Tu non hai capito niente di ciò che il Vecchio Nocchiero ha detto. Devi considerare che ad una certa età (anzi, ad una certissima età) e nell'Alta Carica che ricopre, il Nostro non può parlare, per così dire, papale papale. Le sue parole devono essere interpretate. La sua massima preoccupazione è il degrado del Paese, l'aumento della delinquenza, l'inflazione e la disoccupazione a tutti i livelli, quella giovanile e quella di chi più tanto giovane non è. Se la gente mandasse a casa tutta questa plètora di deputati, senatori, consiglieri, portaborse, segretari, sottosegretari e via cantando, tutta gente che vive di politica, che ha fatto sempre e solo politica e che non sa far altro che politica, cosa ne sarebbe di loro e delle loro famiglie? D'accordo, lo so, lo so - dice senza dirlo il vecchio Presidente - che sono parassiti, superpagati, supercoccolati, inutili e spesso corrotti o corruttori ma che facciamo? Li mandiamo a ramengo da un giorno all'altro? E non pensate alle loro mogli, ai loro figli, alle loro amanti, costrette di punto in bianco a vivere come tutti i comuni mortali senza esserci abituate? La perdita di potere è micidiale e passar da padreterni a str...zi patentati nemmeno in grado di fare una raccomandazioncina non è facile per nessuno. Molti si ammalerebbero, altri, forse, la farebbero finita..."
"Come quegli imprenditori che si suicidano perché non riescono a pagare le tasse?" ha interrotto Dario.
"Uguale spiccicato. E allora ecco il Gran Vegliardo che dall'Alto della sua Sua Carica ci indica la strada da seguire. Lasciare che la Casta resti là dove si trova a fare ammuìna (tanto la politica VERA, si sa, la fa la Merkel) e pagare le tasse che quelli della Casta ci impongono per permettere ai componenti della stessa Casta di mantenere le loro prebende, i loro stipendi, le loro indennità e i loro privilegi. Sennò, che Casta sarebbe? Quindi, caro Dario, rassicùrati, il Presidente non ha dato di fuori di brutto, anzi, ha cercato, con le sue parole, di contrastare la piaga della disoccupazione. E dovrai ammettere che la cosa è altamente encomiabile. Per conto mio, lasciami gridare: Evviva il Presidente!"
Dario non mi pareva convinto. Mi ha sventolato una pagina di giornale sotto il naso. Il titolo a caratteri cubitali era dedicato alle elezioni amministrative di Maggio. C'erano alcuni numeri: Astensione dal 30 al 40 per cento; Grillo dal 10 al 20 per cento...
Vedendo che Dario stava per dirmi qualcosa l'ho preceduto:
"Lo vedi? Non tutti si sono astenuti. E qualcuno è andato a votare pure per la Casta. Aveva ragione il Presidente: gli italiani amano la politica e i politici. Sembra un pò rinco , il nostro Presidente, ma bisogna ammettere che ha in mano il polso del Paese."
"Ma leggi qui! Ha detto che non esiste il boom del partito di Grillo! Ha detto che gli Italiani hanno dato fiducia al Governo Monti!" ha sbottato Dario.
L'ho guardato severamente:
"Ma insomma Dario! Si tratta di un ultraottuagenario! Una volta potrà farla fuori dal vaso pure lui, o no?".
Ci siamo lasciati in cagnesco.

La contestazione virtuale (racconto medio-lungo)

lunedì 2 gennaio 2012

Giorgino era dai tempi delle medie, e poi del Liceo, che era considerato un tipo particolare. Era secchione e a modo suo intelligente ("furbo", diceva di lui il professore di matematica) ma il suo carattere poco socievole ed il suo comportamento sempre serio così incline com'era a starsene da solo sia quando doveva studiare, sia nel tempo libero, che occupava a leggere certi ponderosi libroni di politica e di economia che avrebbero accoppato di noia non dico i suoi amici studenti ma anche la maggior parte di quei professori che avevano la ventura di essere i suoi insegnanti, lo rendevano antipatico a compagni e docenti. 
"Io non lo reggo quel ragazzo" confidava il prof di Economia Politica a quello di Storia; "L'altro giorno, dopo che gli avevo chiesto di farmi una ricerca sulla situazione economica del Meridione mi ha presentato un fascicolo di centoventotto pagine dal titolo "Anàmnesi del sottoproletariato dell'AgroPontino e sue ripercussioni sul prezzo delle cicèrchie". Quando gli ho detto che il suo elaborato era fuori tema, quello mi ha guardato con certi occhi rancorosi che mi hanno fatto rabbrividire. Ma che elemento è?
"Ah senti, non lo chiedere a me. Ieri l'ho interrogato sulla storia d'Italia e quello ha cominciato a tirar fuori una geremiade di luoghi comuni tipo "la irrinunciabile volontà unificatrice che trova ragione e fondamento nei caratteri identitari della nostra stirpe", "i destini comuni e non alienabili da istanze autoritarie o nondimeno precludenti la libera e insopprimibile autodeterminazione libertaria e.... e.... e poi se Dio vuole non me lo ricordo più. E' un demonio quel giovane! Farebbe venire le pòndole anche ai frati francescani.. farebbe andar via il latte alle mucche alpine! Però" concluse il professore con un segno di speranza, "Potrebbe essere utilizzato per contraddire i bachi ai lattanti!"
I due docenti scoppiarono in una sonora risata senza sospettare che Giorgino, di nascosto, aveva assistito alla scena.
Giorgino era un tipo strano. Alto, serioso, impeccabile e sempre dal portamento altezzosamente severo si sarebbe potuto pensare che non fosse un tipo da prendersela per così poco; ma non era così. Giorgino, benché non lo dasse a vedere e nemmeno ad intuire era un tipo estremamente permaloso e vendicativo anche se la sua nobiltà d'animo gli avrebbe comunque impedito gesti o comportamenti violenti o di pubblica ritorsione verso quelle che considerava evidenti ingiustizie. Lo prendevano per i fondelli? Bene, pensò il nostro eroe, io li ridicolizzerò senza darlo a vedere, mi farò beffe di loro senza che nessuno se ne accorga. La mia vendetta sarà conosciuta solo da me, ma non per questo sarà meno spietata! (pensava). Il suo piano, studiato nei minimi particolari e provato e riprovato, prima allo specchio, poi su persone del popolo (il postino, il fruttivendolo, il guidatore del tram ecc. ecc.) che mai si sarebbero aspettate di esser prese di mira (sia pure per prova) da quello studente così brillante negli studi, era il seguente. 
Giorgino aspettava che il suo interlocutore (quello che voleva mettere alla berlina, quello al quale voleva dimostrare il suo disprezzo) gli volgesse le spalle, per un qualsiasi motivo, fosse pure per un secondo. Ecco allora l'occasione che aspettava. Bastava un attimo, un tempo infinitesimale e Giorgino, zac! in un millesimo di secondo si trasformava: arricciava il naso, strabuzzava gli occhi, sollevava oscenamente il labbro superiore, tirava fuori due palmi di lingua e faceva le corna con le dita delle due mani! Tutto contemporaneamente! Nello stesso nanosecondo! A velocità supersonica! Per un attimo Giorgino si trasformava in un essere grottesco, un Gargoyle umano, una faccia che faceva ribrezzo e insieme si faceva beffe di colui che, ignaro, gli volgeva le spalle! Poi, un secondo dopo, non appena la sua "vittima" accennava a voltarsi di nuovo verso di lui, Giorgino si ricomponeva istantaneamente nell'aspetto e nell'atteggiamento in maniera così immediata che un estraneo che avesse potuto vederlo mentre il suo viso si era trasformato in quel modo così esageratamente sguaiato avrebbe pensato di aver avuto una allucinazione; quanto alla vittima di quell'orgoglioso gesto rivoluzionario, mai essa si sarebbe resa conto di esser stata, sia pure per poco, messa alla berlina (solo visiva, solo virtuale, d'accordo) dal suo interlocutore.
Così Giorgino aveva trovato il modo di sentirsi superiore a quelli che lo criticavano. Era poco, ma lo soddisfaceva intimamente e tanto gli bastava per sentirsi vincitore di ogni sfida. Da quel momento i professori e tutti coloro che avevano a fare con lui dovettero, inconsapevolmente sottostare a quel rito di estrema contestazione tra il tribale e l'esoterico.
"Senta Giorgino" faceva il professore di italiano "nel suo tema ci sono un sacco di aggettivi e di proposizioni ma di contenuti non c'è nemmeno l'ombra. Cerchi di migliorare" e gli faceva cenno di sedersi. Poi si voltava per andare verso la lavagna e Giorgino, zac! Occhi, naso, labbro, bocca, lingua, corna! e si trasformava per un secondo nel ributtante vendicatore dei noiosi, in un deforme e grottesco Mostro di Bomarzo, in uno che si fa beffe delle critiche e manda a quel paese i potenti con una semplice trasformazione del proprio aspetto, come Jekyll e Mr. Hide, anzi, come Don Diego de la Vega e Zorro.
Gli anni passarono e nessun professore si accorse mai di esser stato vittima ridicola di quella non violenta disapprovazione.
Passarono gli anni.
Giorgino si laureò, poi, facendo valere la propria solida preparazione, entrò in politica e da lì saltò le tappe, percorrendo ad uno ad uno tutti i gradini istituzionali fino ad esser eletto (sorpresa delle sorprese!) nientepopodimenoché: Presidente.
Inaudito perfino a pensarsi, almeno fino a qualche anno prima, ma ora, anche se tardi, quella prestigiosa posizione era sua, sua, sua, e Giorgino era ben deciso a tenersela stretta, con tutte le sue forze, finché ce la faceva. C'è da dire che, in quella prestigiosa veste istituzionale, tutte quelle lungaggini dialettiche, quelle circonvoluzioni pleonastiche, quel suo parlare fatto di luoghi comuni e verità scontate, quel dire a Caio perché Tizio intenda, quel suo alludere senza aver l'aria di essersi indirizzato a qualcuno in particolare... ebbene quelli che i suoi professori consideravano difetti, nella sua nuova posizione, potevano passare per qualità. Lui ne era sicuro. "Ero nato per fare il Presidente" diceva in privato ai pochi amici che lo stimavano per ciò che veramente era (e non per quello che rappresentava).
Ma anche in quella veste così importante, Giorgino non abbandonò il suo vecchio modo, segreto a tutti, di farsi beffe di chi disprezzava o di chi, in qualche modo, lo contrastava.
Veniva a trovarlo il sultano di Brunei che gli annunciava che il suo governo aveva deciso di sospendere le esportazioni di petrolio? Giorgino protestava formalmente, sempre con grande classe e distinzione come suo sòlito, ma non appena quello lo salutava e si girava per andarsene ecco la vendetta! Non si era allontanato di tre passi che già il Presidente dietro di lui gli faceva le corna e le linguacce pronto a ricomporsi e a riacquistare il severo atteggiamento istituzionale non appena quello avesse dato cenno di volersi voltare. C'era un incontro di lavoro al Palazzo delle Nazioni Unite con altri Potenti della Terra per parlare di disarmo nucleare? Quando toccava a Giorgino di prendere la parola, c'era sempre qualcuno nella sala (insomma: quasi tutti) che cominciava a dar segni di sconforto nel doversi sorbire uno di quegli insopportabili logorrroici sermoni nulladicenti per cui il nostro eroe era tristemente famoso nei salotti diplomatici di mezzo mondo. Prima che Giorgino avesse finito la sua perorazione c'erano sempre (oltre a coloro che venivano repentinamente colpiti da una speciale sindrome catalettica che li costringeva a terrificanti quanto inutili sforzi per non crollare repentinamente addormentati sugli scranni dell'ONU)  tre o quattro tra emiri e sultani (poco assuefatti questi ultimi alla dialettica giorginesca) che davano segni di svenimento parossistico che li riduceva in stato pre-agonico, mentre altri diplomatici del Medio Oriente, precipitatisi fuori dalla sala annunciando di doversi recare senza alcun indugio alla toilette, si lanciavano, nei corridoi della celebre Istituzione, in vorticose danze dervisce di espiazione. La maggior parte degli altri delegati che per qualche ignota ragione decidevano di restare ai loro posti, più discretamente commutavano su OFF il pulsante della traduzione automatica e così, dipintisi un sorriso beota sul viso, cercavano di dar intendere all'oratore che lo stavano ascoltando mentre invece si attardavano a pensare, beati, al ricco buffet con ballo a seguire che li avrebbe attesi di lì a poco nel foyer dell'albergo dove erano alloggiati e questa volta senza nessuno che gli rompesse i cabbasisi con discorsesse incomprensibili ed inconcludenti. 
E Giorgino? Niente; continuava imperterrito la sua relazione dando l'aria di non avvedersi di queste manovre fino al termine della lettura delle sue terribili quattordici pagine di perorazione quando, salutando finalmente l'uditorio (che, come risanato da una miracolosa benedizione, tornava velocemente alla realtà) si avviava verso l'uscita dalla sala salutato dagli applausi registrati che, come da prassi, salutano in cotal modo gli oratori del prestigioso consesso.
Ma, poco prima di uscire dalla porta che introduce alla Sala dei Congressi, certo che nessuno ormai lo guardasse, si volgeva di scatto, realizzava in un lampo che tutti erano ormai in altre faccende affaccendati e oplà! si esibiva nella sua terribile performance: labbro in alto, occhi sbarrati, bocca spalancata, lingua in fuori e corna, corna e linguacce per tutti! Non lo avrebbero mai saputo ma Giorgino li disprezzava! E questo gli dava un senso di onnipotenza mentre, velocissimamente ricompostosi, tornava, a passo lento e grave verso la sua auto blu che lo aspettava.
Quando venne il giorno di fare il famoso discorso ufficiale alla nazione, fu deciso che il Presidente, questa volta, avrebbe parlato direttamente ai romani (e per estensione a tutti gli italiani) lasciando perdere le formali apparizioni in TV o i soliti messaggi registrati.
L'occasione fu quella della Festa delle Forze Armate. Su una pedana imbandierata per l'occasione e piena di ministri, deputati, senatori, e tutte le Alte Cariche dello Stato, religiose e civili, fu approntato un piccolo palco sporgente verso la strada dove il Presidente, al termine della grande sfilata, avrebbe parlato alla Nazione. Dall'altra parte del grande viale si era radunata una folla enorme composta da romani e da persone accorse da ogni parte del Paese; erano decine di migliaia gli uomini, le donne ed i bambini eccitati ed entusiasti di poter vedere e salutare la Grande Parata Militare. Sul palco, in posizione preminente in modo da poter dominare la situazione, osservato da decine di telecamere e da una piccola folla di giornalisti accorsi da ogni parte del mondo, Giorgino non cessava di salutare, alzando appena la mano destra, i reparti militari di ogni specie che gli sfilavano davanti; nel suo lungo cappotto grigio, con il suo cappello nero a larghe tese ed il viso sul quale non aleggiava nemmeno l'ombra di un sorriso, la figura del Presidente non sembrava nemmeno umana così distante da tutto quello che gli avveniva intorno; i soldati sfilavano con andatura marziale in allineamento perfetto, e quando si trovavano all'altezza del Presidente, si giravano di scatto, guardandolo fisso negli occhi in segno di saluto.
La parata fu magnifica, e quando l'ultimo reparto fu sfilato davanti al palco presidenziale, Giorgino si alzò e, ottenuto immediato silenzio con un semplice gesto della mano, cominciò a parlare.
Inutile riportare per intero (e chi ce la farebbe?) il suo discorso; un discorso lungo e contorto dove si coglievano ogni tanto frasi come; "i non esiziali ma purtuttavia non eludibili doveri di una non subìta accoglienza...."; "le provvisorie fortune non dovrebbero impedirci di distogliere il nostro sguardo dai sempre presenti collegamenti con i nostri partner...."; "è nella mai obliata determinazione a percorrere quelle strade che più opportunamente sarebbero, secondo alcuni, da riportare alla primitiva interpretazione..."; "dobbiamo non eludere ma semmai coltivare e proteggere quelle istanze che da tempo, i Padri della Patria, con lungimirante avvedutezza..." e roba del genere.
Al termine del discorso (un'ora dopo) ecco un secondo di silenzio; poi, ad un segno concordato, scoppia l'applauso della folla mentre i reparti schierati sull'attenti, al comando dei loro ufficiali con la sciabola sguainata, salutano militarmente e nell'aria risuonano le note dell'Inno Nazionale. Giorgino si gira verso la pedana per ricevere l'omaggio dei deputati, dei ministri e delle Alte Cariche dello Stato, ma... improvvisamente ha un ripensamento. "Non ho salutato la gente", pensa, e così si volta di nuovo, repentinamente, verso la folla e....e....
E vede che tutti i militari di tutti i reparti, e i loro ufficiali, e i generali, e le crocerossine, e i guidatori dei mezzi corazzati, e i marinai, e i corazzieri, e i ROS dei reparti speciali, e i finanzieri, e gli alpini sciatori e persino i loro cani San Bernardo... tutti sono con la bocca spalancata e la lingua di fuori e gli fanno le corna con le dita delle mani... E allora, come in un incubo, volge lo sguardo al di là del viale, sulla folla, e tutti, uomini, donne e bambini lo guardano con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori... E gli fanno le corna.
Un velo nero oscura lo sguardo di Giorgino che si sente mancare e cerca di distogliere subito gli occhi da quell'orrenda visione girandosi di nuovo verso la pedana delle Alte Cariche, come per chiedere aiuto a chi gli è stato sempre più vicino e...
e si accorge che anche loro, deputati e senatori di ogni partito, e i ministri, e i sindaci, e i prefetti, e persino i cardinali, presi alla sprovvista da quel rapido voltafaccia, hanno il labbro rialzato, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori.
E tutti, ma proprio tutti, gli fanno le corna.