Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci
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Al bar

sabato 11 febbraio 2012

Augusto riconobbe Cesira solo dopo qualche minuto che la stava osservando. Alcuni mesi erano passati da quando si erano visti l'ultima volta: un'eternità. I due vecchi amici si abbracciarono, commossi. Augusto le offrì un caffé e lei, che normalmente, sempre indaffarata, avrebbe rifiutato anche se a malavoglia, quella volta accettò e, seduti al tavolino del bar, al riparo dagli sguardi indiscreti e dalle male lingue, inevitabilmente la conversazione si concentrò sul loro lavoro.
Bisogna dire, per chi non lo sapesse, che Augusto era da anni il maggiordomo del cavalier Silvio d'Arcore (come lui devotamente si riferiva al suo datore di lavoro), mentre Cesira, d'origini toscane ma cresciuta in Romagna, era stata assunta in qualità di cuoca presso i Bersani il cui capofamiglia era notoriamente amante della buona cucina casalinga. 
"Sono preoccupata per PierLuigi" confessò ad un certo punto la donna al suo amico. Aveva le lacrime agli occhi.
Augusto cercò di consolarla, e il comportamento dell'amica, che sembrava veramente agitata, lo spinse a cercar di saperne di più sulle cause di quella insospettata defaillance.
"Ma perché Cesira? Cosa è successo? Ti prego parla, confidati; lascia che condivida con te il tuo segreto in modo ch'io possa, se lo ritieni opportuno, consolarti e alleviare il tuo dolore" disse Augusto che, avendo letto in gioventù centinaia di romanzi di Liala (in casa sua - mamma parrucchiera, padre bidello - c'erano solo quelli), aveva da questi acquisito quel desueto modo di esprimersi.
Cesira, dopo aver tentennato un pò, asciugatisi gli occhi, si decise alfine ad aprire il suo cuore all'antico compagno di merende (da giovani infatti, i due se ne andavano spesso per osterie, a merendare).
"Devi sapere, caro Augusto, che da quando al governo ci sono tutti quei professori, quei cervelloni, come li chiama lui, in casa di PierLuigi non si fa più vita. Come era vitale, dinamico, quasi aggressivo con quella sua parlantina sciolta che lo aveva reso giustamente famoso fra i compagni di partito, ora invece è sempre zitto, scontroso, depresso. Sembra che abbia perso il gusto della vita. Non esce più con gli amici, non va nemmeno più alle riunioni del Partito - "Per quel che servono"- dice scuotendo la testa. Non guarda la TV nemmeno per vedere le partite del campionato di calcio che una volta lo appassionavano tanto.
E poi hai voglia a darti da fare per fargli tornare il buonumore! Come a pranzo: hai voglia a preparargli le cose che gli sono sempre piaciute come la minestra di fagioli con le cotiche, i gobbi rifatti col sugo di carne e le salsicce coi fagioli all'uccelletto che lo facevano impazzire! Pensa che ieri l'altro, a cena, ho voluto fargli una sorpresa per cercare di tirarlo un pò su di morale, ed invece del consommé vegetale ed il cavolfiore lesso che aveva chiesto, gli ho portato in tavola un piatto di ravioli ricotta e spinaci e una porzione di cotechino con le lenticchie che avrebbero fatto risuscitare un morto! E invece, lui, niente. Si è quasi arrabbiato: "Cèsi" mi ha fatto (mi chiama confidenzialmente così dopo tanti anni che sono al suo servizio), "Se ti dico che voglio una cosa, fammela! Almeno te, perdìo! Ma dove andiamo a finire! Ora uno non comanda più niente nemmeno a casa sua! Avevo chiesto il cavolo e te dovevi farmi il cavolo! Oh insomma!". Ci sono rimasta così male che mi veniva da piangere anche se lo sapevo perché si comportava in quel modo. Il fatto è che il signor PierLuigi è giù di nervi. Mi ha detto il figlio del giardiniere (che è infermiere diplomato) che da quando al governo ci sono i professori gli è venuta a mancare l'auto....l'auto..."
"Stima" disse Augusto. 
"Ecco, quella cosa lì" proseguì Cesira, "Pensa che ieri l'ho sorpreso mentre, pensando di essere solo, parlava, tutto infervorato, con lo specchio".
"Con lo specchio?" chiese Augusto pensando di non aver compreso bene.
"Con lo specchio, Augusto, con lo specchio! E non lo nasconde mica. Dice che solo così può dire ad alta voce quello che pensa di sé stesso. L'ho sentito mentre si rivolgeva alla sua immagine riflessa nello specchio. Diceva: -Mo che belìn ci stai a fare a Montecitorio, muso di ciuco! Lo sai che ora, con tutti questi professori qui non puoi dir niente, non puoi far niente e tutto quello che ti chiedono è di approvare tutte quelle vagonate di leggi e leggine che sfornano a getto continuo. E devi anche far finta che ti piacciono, quelle leggi! Muso di ciuco! Ecco quello che sei! Devi votare per il taglio delle pensioni, per l'aumento dell'età pensionabile, per i licenziamenti facili! E non puoi ribellarti! Ah, quando c'era lui l'era una bellùria!- e alzava gli occhi al cielo dando pugni per aria....io penso che si riferisse al tuo padrone" disse Cesira. Ricevuto il segno di assenso del suo interlocutore la brava donna proseguì il suo racconto:
"E così il signor PierLuigi è proprio avvilito ed è sempre di cattivo umore. Ce l'ha con tutti perché pensa che la colpa sia di tutti quelli che gli stanno intorno. L'altra volta, mentre leggeva Repubblica, tutto d'un tratto ha buttato il giornale per aria e ha sbottato "Brutta culona, la colpa è tutta tua!". Mi sono quasi spaventata; questa volgarità non è da lui".
"Beh, sai" fece Augusto "Probabilmente, anche se in modo non del tutto signorile, si riferiva alla Merkel..."
"Macché Merkel!" lo interruppe Cesira "Si riferiva ma a una certa Maria Rosaria di Sinalunga che, dice il signor Bersani, ce l'ha con lui e lo costringe a fare sempre delle figuracce. Pensa che la sera venivano i suoi amici a giocare con lui alla solita partita di scopone, ma ora, anche loro, vedendolo così avvilito, non si fanno più vedere. Guarda Augusto, ho paura per la sua salute. Mentale, voglio dire. E poi mi preoccupa il suo stile di vita. Per cercare di dimenticare il brutto momento che sta attraversando si sta buttando sull'alcol. Lui, che non aveva mai bevuto più di un bicchiere di rosso a pasto, ora si scola una bottiglia di sangiovese a cena e una di lambrusco a pranzo. A volte è così fatto che non ce la fa a tenersi in piedi nemmeno per andare a dormire e devo metterlo a letto io portandocelo con la carriola. Una faticaccia anche perché ormai ho una certa età. Ma ora parliamo di te. Come ti vanno le cose con il Cavaliere?" chiese Cesira, avida di notizie.
Augusto non si fece pregare e raccontò:
"Beh, devo dire che il cavalier Silvio è proprio un altro carattere. Lui è sempre contento come una Pasqua. Ha attraversato un momento difficile solo la settimana in cui l'hanno dimissionato ma poi, anche grazie ad un piccolo stratagemma psicologico inventato dal signor Gasparri, si è ripreso in un momento e adesso è sempre pimpante, ottimista e contento come da tempo non lo vedevo."
"Mi vorresti dire che il governo dei professori non lo ha mandato in depressione? Che non si sente una mezza... mezza..." a Cesira non veniva la parola.
"Calzetta" suggerì Augusto che, incassando il cenno d'assenso della donna, proseguì:
"Niente affatto. Vedi Cesira, il Cavaliere adesso si è convinto di comandare come e più di prima. Come ti ho detto l'idea è stata di Gasparri. Un giorno trovò il signor Silvio con una faccia da funerale; era incavolato nero con l'universomondo e stava seriamente meditando il suicidio. "Sant'Ambrogio da Arcore!" si lamentava il cavaliere, "Questi hanno rimesso l'ICI sulla prima casa! Hanno tassato anche l'aria che si respira! Vogliono mandare a casa migliaia di carcerati! Comunisti, ecco cosa sono: comunisti, arcicomunisti, comunistissimi!" e sbatteva la testa contro il muro. Beh, devo dire che il signor Gasparri fu grande. Gli dette ad intendere che le leggi che faceva il nuovo governo altre non erano che quelle che lui, il Cavaliere, aveva meditato di fare. Ergo, disse Gasparri, il vero premier era ancora lui, il signor Silvio. Il Professor Monti non era altro che l'esecutore delle manovre che lui, il Silvio, aveva studiato e mai messo in pratica per l'opposizione dei magistrati. Ovviamente si trattava di una puttan..., pardòn, una bugìa, ma incredibilmente l'escamotage funzionò e, anche grazie a massicce dosi di allucinogeni che mi ordinarono di versargli da allora e a sua insaputa nel solito whisky di fine pasto, quella pietosa menzogna, divenne verità. La sua verità"
Augusto per il momento terminò il suo racconto ma dovette subito riprenderlo poiché Cesira, curiosa come una gazza (animali curiosissimi, come è noto), lo spronò a continuare:
"E ora?".
"Ora, amica mia, è una bellezza. Il Cavaliere ogni giorno si alza, legge i giornali e poi dà udienza ad una piccola folla di postulanti (in verità un gruppo di aspiranti apprendisti attori ingaggiati dal solito Gasparri) che hanno delle lamentele da fargli e delle richieste da rivolgergli. Chi gli dice non ce la fa ad andare aventi perché il prezzo della benzina è troppo alto (e lui: "Stasera stessa dirò al mio amico Putin di abbassare il prezzo del greggio!"), chi si lamenta per la troppa neve che blocca le strade (e lui: "Telefonerò subito alla Protezione Civile affinché getti sale a palate sulle vie di comunicazione!"), chi per le troppe tasse che strozzano l sue attività (e lui: "Avvertirò immediatamente Monti perché mi ricordi di abbassare la pressione fiscale!"), chi recrimina perché il Milan ha perso il derby (e lui: "Appena possibile comprerò Messi, Ronaldo e Rooney per vincere ogni trofeo!"). Il resto della giornata lo impiega a telefonare ai grandi della Terra; la Merkel, Obama, Putin, Sarkozy... lui chiama confidenzialmente tutti e tutti, al telefono, sembrano contentissimi di sentirlo. A volte telefona anche a Gheddafi (non abbiamo avuto il coraggio di ricordargli che il suo caro amico non c'è più) ed il raìs immancabilmente gli dimostra tutta la sua ammirazione. Naturalmente a tutte le telefonate risponde Gano Millevoci, un giovane imitatore di Saronno che si guadagna il pane impersonando questi personaggi. Del resto non si fa danno a nessuno e a lui, il signor Silvio, questa piccola commedia recitata a sua insaputa, fa bene. Si sente ancora importante, pensa di essere ancora un leader e nessuno ha il coraggio di dirgli che gli hanno staccato la spina. E da un pezzo. Il sabato sera poi, a tirargli su il morale e l'autostima, c'è la gara di "taste-fesses".
Augusto si fermò, restìo a continuare.
"E di che si tratta?" chiese avida Cesira.
"Beh, niente di cui vergognarsi; una cosetta da niente inventata in Francia ed importata in Italia dal suo amico Emilio (Fede, per la cronaca). Insomma, il signor Emilio introduce in casa dieci ragazze sconosciute che, celate dietro una parete di cartongesso si denudano la parte... la parte inferiore del corpo e fanno sporgere i loro lati-B da appositi fori circolari. Il cavalier Silvio, al quale è stato detto che le ragazze sono studentesse assolutamente perbene provenienti da ogni parte del mondo, passa lungo la parete e fa scorrere la mano sul c... sulle nat... insomma sui lati-B delle ragazze. La sfida, dalla quale esce sempre gloriosamente vincitore è quella di indovinare il Paese di provenienza di ogni ragazza soltanto tastando il suo.. insomma, il suo culetto".
"E.. ci indovina?" chiese, esitante ed incredula Cesira
"Se ci indovina? E' assolutamente infallibile, incredibile, prodigioso! Lui tocca, ritocca, poi fa "Francia, sud-est, direi Provenza" e la ragazza, da dietro la parete. "Mais oui!"; poi tocca la prossima: "Cipro, zona turca!" e la ragazza tastata ed individuata annuisce, estasiata. E così per tutte le ragazze, ogni sabato, tutti i sabati, senza mai un errore! Un vero intenditore. Solo una volta ebbi paura che sbagliasse. Sai, sarebbe stato un problema per la sua autostima. Fu quando toccando le natiche della bella sconosciuta di turno al di là della parete, fu visto scuotere la testa più volte, poi titubare, tentennare. I minuti passavano, si profilava il rischio di una débacle dalle pericolose conseguenze sull'intera nazione. Silvio, esitava, pensava, ripensava, ripassava, ritastava... poi una illuminazione gli rischiarò il viso; si erse in tutta la sua altezza e, nel silenzio carico di suspense della sala si udì, sicuro e trionfante, il giudizio: "Italiana, origine siciliana, provenienza raccordo anulare presso uscita Casilina, secondo falò a destra!"; "Sì, sì!" gridò la ragazza, "Urrà!" gridarono tutti i presenti increduli di fronte a questa dimostrazione di stupefacente professionalità. Il signor Silvio, in quella occasione, fu portato addirittura in trionfo. La sua autostima salì fino al limite massimo e la serata, anche quella volta, si concluse bene".

La contestazione virtuale (racconto medio-lungo)

lunedì 2 gennaio 2012

Giorgino era dai tempi delle medie, e poi del Liceo, che era considerato un tipo particolare. Era secchione e a modo suo intelligente ("furbo", diceva di lui il professore di matematica) ma il suo carattere poco socievole ed il suo comportamento sempre serio così incline com'era a starsene da solo sia quando doveva studiare, sia nel tempo libero, che occupava a leggere certi ponderosi libroni di politica e di economia che avrebbero accoppato di noia non dico i suoi amici studenti ma anche la maggior parte di quei professori che avevano la ventura di essere i suoi insegnanti, lo rendevano antipatico a compagni e docenti. 
"Io non lo reggo quel ragazzo" confidava il prof di Economia Politica a quello di Storia; "L'altro giorno, dopo che gli avevo chiesto di farmi una ricerca sulla situazione economica del Meridione mi ha presentato un fascicolo di centoventotto pagine dal titolo "Anàmnesi del sottoproletariato dell'AgroPontino e sue ripercussioni sul prezzo delle cicèrchie". Quando gli ho detto che il suo elaborato era fuori tema, quello mi ha guardato con certi occhi rancorosi che mi hanno fatto rabbrividire. Ma che elemento è?
"Ah senti, non lo chiedere a me. Ieri l'ho interrogato sulla storia d'Italia e quello ha cominciato a tirar fuori una geremiade di luoghi comuni tipo "la irrinunciabile volontà unificatrice che trova ragione e fondamento nei caratteri identitari della nostra stirpe", "i destini comuni e non alienabili da istanze autoritarie o nondimeno precludenti la libera e insopprimibile autodeterminazione libertaria e.... e.... e poi se Dio vuole non me lo ricordo più. E' un demonio quel giovane! Farebbe venire le pòndole anche ai frati francescani.. farebbe andar via il latte alle mucche alpine! Però" concluse il professore con un segno di speranza, "Potrebbe essere utilizzato per contraddire i bachi ai lattanti!"
I due docenti scoppiarono in una sonora risata senza sospettare che Giorgino, di nascosto, aveva assistito alla scena.
Giorgino era un tipo strano. Alto, serioso, impeccabile e sempre dal portamento altezzosamente severo si sarebbe potuto pensare che non fosse un tipo da prendersela per così poco; ma non era così. Giorgino, benché non lo dasse a vedere e nemmeno ad intuire era un tipo estremamente permaloso e vendicativo anche se la sua nobiltà d'animo gli avrebbe comunque impedito gesti o comportamenti violenti o di pubblica ritorsione verso quelle che considerava evidenti ingiustizie. Lo prendevano per i fondelli? Bene, pensò il nostro eroe, io li ridicolizzerò senza darlo a vedere, mi farò beffe di loro senza che nessuno se ne accorga. La mia vendetta sarà conosciuta solo da me, ma non per questo sarà meno spietata! (pensava). Il suo piano, studiato nei minimi particolari e provato e riprovato, prima allo specchio, poi su persone del popolo (il postino, il fruttivendolo, il guidatore del tram ecc. ecc.) che mai si sarebbero aspettate di esser prese di mira (sia pure per prova) da quello studente così brillante negli studi, era il seguente. 
Giorgino aspettava che il suo interlocutore (quello che voleva mettere alla berlina, quello al quale voleva dimostrare il suo disprezzo) gli volgesse le spalle, per un qualsiasi motivo, fosse pure per un secondo. Ecco allora l'occasione che aspettava. Bastava un attimo, un tempo infinitesimale e Giorgino, zac! in un millesimo di secondo si trasformava: arricciava il naso, strabuzzava gli occhi, sollevava oscenamente il labbro superiore, tirava fuori due palmi di lingua e faceva le corna con le dita delle due mani! Tutto contemporaneamente! Nello stesso nanosecondo! A velocità supersonica! Per un attimo Giorgino si trasformava in un essere grottesco, un Gargoyle umano, una faccia che faceva ribrezzo e insieme si faceva beffe di colui che, ignaro, gli volgeva le spalle! Poi, un secondo dopo, non appena la sua "vittima" accennava a voltarsi di nuovo verso di lui, Giorgino si ricomponeva istantaneamente nell'aspetto e nell'atteggiamento in maniera così immediata che un estraneo che avesse potuto vederlo mentre il suo viso si era trasformato in quel modo così esageratamente sguaiato avrebbe pensato di aver avuto una allucinazione; quanto alla vittima di quell'orgoglioso gesto rivoluzionario, mai essa si sarebbe resa conto di esser stata, sia pure per poco, messa alla berlina (solo visiva, solo virtuale, d'accordo) dal suo interlocutore.
Così Giorgino aveva trovato il modo di sentirsi superiore a quelli che lo criticavano. Era poco, ma lo soddisfaceva intimamente e tanto gli bastava per sentirsi vincitore di ogni sfida. Da quel momento i professori e tutti coloro che avevano a fare con lui dovettero, inconsapevolmente sottostare a quel rito di estrema contestazione tra il tribale e l'esoterico.
"Senta Giorgino" faceva il professore di italiano "nel suo tema ci sono un sacco di aggettivi e di proposizioni ma di contenuti non c'è nemmeno l'ombra. Cerchi di migliorare" e gli faceva cenno di sedersi. Poi si voltava per andare verso la lavagna e Giorgino, zac! Occhi, naso, labbro, bocca, lingua, corna! e si trasformava per un secondo nel ributtante vendicatore dei noiosi, in un deforme e grottesco Mostro di Bomarzo, in uno che si fa beffe delle critiche e manda a quel paese i potenti con una semplice trasformazione del proprio aspetto, come Jekyll e Mr. Hide, anzi, come Don Diego de la Vega e Zorro.
Gli anni passarono e nessun professore si accorse mai di esser stato vittima ridicola di quella non violenta disapprovazione.
Passarono gli anni.
Giorgino si laureò, poi, facendo valere la propria solida preparazione, entrò in politica e da lì saltò le tappe, percorrendo ad uno ad uno tutti i gradini istituzionali fino ad esser eletto (sorpresa delle sorprese!) nientepopodimenoché: Presidente.
Inaudito perfino a pensarsi, almeno fino a qualche anno prima, ma ora, anche se tardi, quella prestigiosa posizione era sua, sua, sua, e Giorgino era ben deciso a tenersela stretta, con tutte le sue forze, finché ce la faceva. C'è da dire che, in quella prestigiosa veste istituzionale, tutte quelle lungaggini dialettiche, quelle circonvoluzioni pleonastiche, quel suo parlare fatto di luoghi comuni e verità scontate, quel dire a Caio perché Tizio intenda, quel suo alludere senza aver l'aria di essersi indirizzato a qualcuno in particolare... ebbene quelli che i suoi professori consideravano difetti, nella sua nuova posizione, potevano passare per qualità. Lui ne era sicuro. "Ero nato per fare il Presidente" diceva in privato ai pochi amici che lo stimavano per ciò che veramente era (e non per quello che rappresentava).
Ma anche in quella veste così importante, Giorgino non abbandonò il suo vecchio modo, segreto a tutti, di farsi beffe di chi disprezzava o di chi, in qualche modo, lo contrastava.
Veniva a trovarlo il sultano di Brunei che gli annunciava che il suo governo aveva deciso di sospendere le esportazioni di petrolio? Giorgino protestava formalmente, sempre con grande classe e distinzione come suo sòlito, ma non appena quello lo salutava e si girava per andarsene ecco la vendetta! Non si era allontanato di tre passi che già il Presidente dietro di lui gli faceva le corna e le linguacce pronto a ricomporsi e a riacquistare il severo atteggiamento istituzionale non appena quello avesse dato cenno di volersi voltare. C'era un incontro di lavoro al Palazzo delle Nazioni Unite con altri Potenti della Terra per parlare di disarmo nucleare? Quando toccava a Giorgino di prendere la parola, c'era sempre qualcuno nella sala (insomma: quasi tutti) che cominciava a dar segni di sconforto nel doversi sorbire uno di quegli insopportabili logorrroici sermoni nulladicenti per cui il nostro eroe era tristemente famoso nei salotti diplomatici di mezzo mondo. Prima che Giorgino avesse finito la sua perorazione c'erano sempre (oltre a coloro che venivano repentinamente colpiti da una speciale sindrome catalettica che li costringeva a terrificanti quanto inutili sforzi per non crollare repentinamente addormentati sugli scranni dell'ONU)  tre o quattro tra emiri e sultani (poco assuefatti questi ultimi alla dialettica giorginesca) che davano segni di svenimento parossistico che li riduceva in stato pre-agonico, mentre altri diplomatici del Medio Oriente, precipitatisi fuori dalla sala annunciando di doversi recare senza alcun indugio alla toilette, si lanciavano, nei corridoi della celebre Istituzione, in vorticose danze dervisce di espiazione. La maggior parte degli altri delegati che per qualche ignota ragione decidevano di restare ai loro posti, più discretamente commutavano su OFF il pulsante della traduzione automatica e così, dipintisi un sorriso beota sul viso, cercavano di dar intendere all'oratore che lo stavano ascoltando mentre invece si attardavano a pensare, beati, al ricco buffet con ballo a seguire che li avrebbe attesi di lì a poco nel foyer dell'albergo dove erano alloggiati e questa volta senza nessuno che gli rompesse i cabbasisi con discorsesse incomprensibili ed inconcludenti. 
E Giorgino? Niente; continuava imperterrito la sua relazione dando l'aria di non avvedersi di queste manovre fino al termine della lettura delle sue terribili quattordici pagine di perorazione quando, salutando finalmente l'uditorio (che, come risanato da una miracolosa benedizione, tornava velocemente alla realtà) si avviava verso l'uscita dalla sala salutato dagli applausi registrati che, come da prassi, salutano in cotal modo gli oratori del prestigioso consesso.
Ma, poco prima di uscire dalla porta che introduce alla Sala dei Congressi, certo che nessuno ormai lo guardasse, si volgeva di scatto, realizzava in un lampo che tutti erano ormai in altre faccende affaccendati e oplà! si esibiva nella sua terribile performance: labbro in alto, occhi sbarrati, bocca spalancata, lingua in fuori e corna, corna e linguacce per tutti! Non lo avrebbero mai saputo ma Giorgino li disprezzava! E questo gli dava un senso di onnipotenza mentre, velocissimamente ricompostosi, tornava, a passo lento e grave verso la sua auto blu che lo aspettava.
Quando venne il giorno di fare il famoso discorso ufficiale alla nazione, fu deciso che il Presidente, questa volta, avrebbe parlato direttamente ai romani (e per estensione a tutti gli italiani) lasciando perdere le formali apparizioni in TV o i soliti messaggi registrati.
L'occasione fu quella della Festa delle Forze Armate. Su una pedana imbandierata per l'occasione e piena di ministri, deputati, senatori, e tutte le Alte Cariche dello Stato, religiose e civili, fu approntato un piccolo palco sporgente verso la strada dove il Presidente, al termine della grande sfilata, avrebbe parlato alla Nazione. Dall'altra parte del grande viale si era radunata una folla enorme composta da romani e da persone accorse da ogni parte del Paese; erano decine di migliaia gli uomini, le donne ed i bambini eccitati ed entusiasti di poter vedere e salutare la Grande Parata Militare. Sul palco, in posizione preminente in modo da poter dominare la situazione, osservato da decine di telecamere e da una piccola folla di giornalisti accorsi da ogni parte del mondo, Giorgino non cessava di salutare, alzando appena la mano destra, i reparti militari di ogni specie che gli sfilavano davanti; nel suo lungo cappotto grigio, con il suo cappello nero a larghe tese ed il viso sul quale non aleggiava nemmeno l'ombra di un sorriso, la figura del Presidente non sembrava nemmeno umana così distante da tutto quello che gli avveniva intorno; i soldati sfilavano con andatura marziale in allineamento perfetto, e quando si trovavano all'altezza del Presidente, si giravano di scatto, guardandolo fisso negli occhi in segno di saluto.
La parata fu magnifica, e quando l'ultimo reparto fu sfilato davanti al palco presidenziale, Giorgino si alzò e, ottenuto immediato silenzio con un semplice gesto della mano, cominciò a parlare.
Inutile riportare per intero (e chi ce la farebbe?) il suo discorso; un discorso lungo e contorto dove si coglievano ogni tanto frasi come; "i non esiziali ma purtuttavia non eludibili doveri di una non subìta accoglienza...."; "le provvisorie fortune non dovrebbero impedirci di distogliere il nostro sguardo dai sempre presenti collegamenti con i nostri partner...."; "è nella mai obliata determinazione a percorrere quelle strade che più opportunamente sarebbero, secondo alcuni, da riportare alla primitiva interpretazione..."; "dobbiamo non eludere ma semmai coltivare e proteggere quelle istanze che da tempo, i Padri della Patria, con lungimirante avvedutezza..." e roba del genere.
Al termine del discorso (un'ora dopo) ecco un secondo di silenzio; poi, ad un segno concordato, scoppia l'applauso della folla mentre i reparti schierati sull'attenti, al comando dei loro ufficiali con la sciabola sguainata, salutano militarmente e nell'aria risuonano le note dell'Inno Nazionale. Giorgino si gira verso la pedana per ricevere l'omaggio dei deputati, dei ministri e delle Alte Cariche dello Stato, ma... improvvisamente ha un ripensamento. "Non ho salutato la gente", pensa, e così si volta di nuovo, repentinamente, verso la folla e....e....
E vede che tutti i militari di tutti i reparti, e i loro ufficiali, e i generali, e le crocerossine, e i guidatori dei mezzi corazzati, e i marinai, e i corazzieri, e i ROS dei reparti speciali, e i finanzieri, e gli alpini sciatori e persino i loro cani San Bernardo... tutti sono con la bocca spalancata e la lingua di fuori e gli fanno le corna con le dita delle mani... E allora, come in un incubo, volge lo sguardo al di là del viale, sulla folla, e tutti, uomini, donne e bambini lo guardano con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori... E gli fanno le corna.
Un velo nero oscura lo sguardo di Giorgino che si sente mancare e cerca di distogliere subito gli occhi da quell'orrenda visione girandosi di nuovo verso la pedana delle Alte Cariche, come per chiedere aiuto a chi gli è stato sempre più vicino e...
e si accorge che anche loro, deputati e senatori di ogni partito, e i ministri, e i sindaci, e i prefetti, e persino i cardinali, presi alla sprovvista da quel rapido voltafaccia, hanno il labbro rialzato, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori.
E tutti, ma proprio tutti, gli fanno le corna.