Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci
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LA BEFANA...

domenica 2 gennaio 2011

Si sa, oggi la Befana non dice mai di no. A nessuno. Una volta si pensava che i regali li portasse solo ai bambini buoni, intendendo così quelli che durante l’anno avevano dato rètta ai genitori, quelli che il pomeriggio si mettevano tranquillamente a fare i compiti senza bisogno delle solite implorazioni inascoltate, dei soliti ordini disattesi o delle solite minacce velleitarie, quelli che dopo cena, andavano da sé a dormire senza nemmeno bisogno di ricordargli che, dopo “Carosello”, bisognava mettersi a nanna. Poi, col passare degli anni e sulla rotta del buonismo dilagante anche la cara Befana, che per buona parte dell’anno in attesa dell’Epifania non ha letteralmente niente da fare, dopo averci pensato su per un bel po’, ha cambiato leggermente quelle regole che lei stessa si era imposta e che prevedevano per i piccoli che erano stati discoli nient’altro che una calza piena zeppa di carbone. Beh, come darle torto? Dopo anni ed anni spesi a leggere “Repubblica” e altri quotidiani consimili votati al perdonismo e al giustificazionismo ad oltranza (con le dovute eccezioni s’intende), considerate bene le sentenze dei tribunali e le loro scarcerazioni facili, e dopo aver visto che anche un terrorista pluriomicida basti che emigri all’estero e, se quando ammazzava militava dalla parte “giusta”, qualcuno che lo perdona, o che lo protegge, o che persino lo venera, lo trova sempre, beh allora, si è detta la vecchietta con la scopa, devo cambiare anch’io.
Da allora la regola alla quale si attiene la Befana è strapolitically correct: purché si appenda la calza, regali a tutti, nessuno escluso. Unica condizione: che si tratti di regali utili affinché non si vada in giro a dire che anche la vecchietta propaganda il consumismo.
Ecco quindi che da qualche decennio, i bambini ricevono i regali della Befana a prescindere dalla loro “bontà” pregressa; anzi. Siccome la ragione (ha pensato la vecchia volante) è di chi grida più forte degli altri (è entrata in questa convinzione da quando è diventata spettatrice assidua dei talk show così pacatamente e signorilmente animati, sotto l’imparziale giurisdizione di Santoro, da quel grande giornalista televisivo che è Travaglio, il mite Campione del Bon Ton), ecco che sono invariabilmente i più beceri ad aggiudicarsi i doni migliori. Non va bene, ha pensato la Befana, ed ha esteso la gamma dei beneficiati dai suoi regali anche agli adulti. Perché no? si è chiesta retoricamente; sono forse i grandi da meno dei piccoli? E per evitare di fare una discriminazione in tal senso ha messo l’Abarth alla scopa, ha aumentato la capacità del suo sacco ed ha anticipato di qualche giorno il periodo delle consegne per poter portare i regali della notte dell’Epifania anche ai grandi.
Ovviamente la lista dei doni è assolutamente top secret essendo la privacy una cosa importantissima (un’altra cosa che la vecchina ha imparato vedendo con quale integerrima scrupolosità si tutelino da noi gli affari privati dei cittadini) ma, utilizzando una tecnica sofisticata approntata e perfezionata da quel burlone di Assange (sì, il volpone di Wikileaks)  io (sì, proprio io)sono riuscito a conoscere il contenuto dei pacchi che, via scopa-bus, la Befana porterà ad alcuni politici italiani. (Ovviamente non posso mettere la mano sul fuoco sull’autenticità di queste notizie di per sé riservatissime ma, appellandomi alla famosa libertà di stampa e di opinione non dubito di poter stroncare sul nascere qualsiasi velleità censoria nei miei confronti. Quanto alla possibilità che le notizie siano inesatte che devo dire? Non posso escluderlo; non più però di quelle che la velina rossa più amata dagli italiani propina giornalmente a schiere di fedeli lettori; del resto che cos’è la verità se non una bugìa non ancora scoperta? Quello che mi interessa di una notizia, più che sia vera è che essa sia verosimile: è la verosimiglianza il massimo che possiamo aspettarci da una notizia, la qualità più prossima all’inafferrabile verità).
Allora ecco la lista (parziale) dei VIP politici con i regali che la Befana metterà nelle loro calze:
a Fini:                                  Un piffero di abete, tutto fatto a mano da un vecchio boscaiolo di Cortina (SPIEGAZIONE: come è noto, il Presidente super super partes appartiene honoris causa alla Congrega dei Pifferai di Montagna, quelli che partirono per suonare e tornarono suonati…)
a Bocchino:                    Un megafono da 2000 decibel (SPIEGAZIONE: dal fatidico 14 Settembre, il Carneade che in poco più di tre mesi era diventato uno dei politici più autorevoli e considerati da “Repubblica”, Santoro, Fazio e affini; colui che era ambitissimo dagli anchor men, quello sempre presente in ogni dibattito, convegno, intervista o talk show televisivo, si è improvvisamente eclissato dalle telecamere e dagli editoriali. Non lo si vede più, non lo si sente più: è completamente sparito. Si è parlato di una rara malattia simile alla vertigine. Essa colpisce chi si trova improvvisamente ed immeritatamente spinto in alto: se uno non ci è abituato ecco che l’altezza gli dà alla testa la quale comincia a girargli, a girargli e gli impedisce, per quanti sforzi faccia, di parlare. Il megafono di Babbo Natale riuscirà a fare in modo che lo sventurato riesca, come una volta, a far sentire la sua voce?).
a Scalfari:                         Un contratto decennale di collaborazione esclusiva con “Repubblica” di Barbara Alberti, Signorini e Solange (SPIEGAZIONE: affinché il suo giornale, scaduto in pochi anni da quotidiano più autorevole d’Italia a bollettino specializzato in propaganda politica, cronaca pruriginosa e chiacchiericci scandalistici, se deve proprio dedicarsi agli oroscopi, al gossip o alle puttan-news lo faccia almeno in modo professionale e divertente)
a Bersani:                         Un maglione di lana merinos a coste larghe e un passamontagna di pile. (SPIEGAZIONE: dopo essersi scagliato in ogni occasione contro il Cav, ora il Bersa si accorge che i pericoli per lui vengono dai suoi, tutti intenzionati a farlo fuori a cominciare da D’Alema, Fassino e il pugliese con l’orecchino. Tutti, nel PD, cospirano contro di lui alle sue spalle e così tanti spifferi provenienti da tutti i lati tengono il povero Bersani in costante apprensione; un bel maglione di lana caldo e pesante potrà almeno aiutarlo a sopportare meglio, se non il defenestramento che sembra imminente, almeno il torcicollo).
A Di Pietro:                                            Un vocabolario Burino-Italiano e Italiano-Burino completo di indicazioni per la corretta pronuncia dei vocaboli. (La simpatica vecchietta ha però molte perplessità sul fatto che il Campione di Tutti i Giustizialisti riesca a consultarlo da quando ha saputo che il leader dell’iddivù stette per due anni senza riuscire a telefonare a nessuno fino a che Donadi, impietosito, gli disse che i nomi nell’elenco telefonico, quello che Di Pietro consultava per ore senza mai riuscire a trovare il numero della persona che cercava, erano ordinati in ordine alfabetico).

IL RIBALTAZZO alias IL POKER (ovvero: se 'un sai giocà, lascia perde...)

giovedì 16 dicembre 2010

Il gioco del poker è ormai di gran moda. E’ stata senza dubbio la grande diffusione di internet che ha contribuito al suo sdoganamento, dato che prima era considerato un gioco d’azzardo, pericoloso, rozzo e assolutamente da evitare da parte degli intellettuali, delle signore perbene e delle persone con una carica pubblica. A differenza della roulette, che in un certo periodo della nostra epoca ha avuto perlomeno dalla sua il fascino di un gioco misterioso ma a modo suo affascinante, popolato da un sottomondo fatto di avventurieri senza scrupoli, banchieri in dissesto, mantenute d’alto bordo, nobili decaduti e viveurs alla ricerca di una ricchezza improvvisa (e immeritata), il poker richiama alla mente solo squallidi retrobottega male illuminati, stretti e pieni di fumo dove intorno ad un minuscolo tavolino si radunano individui appartenenti alla fauna male assortita del sottobosco metropolitano: gangster con pupa al seguito, guappi rampanti, giocatori di professione, commercianti sull’orlo del fallimento e uomini di mezza età alla deriva che cercavano di procurarsi i soldi necessari per tirare avanti per un po’ alla meno peggio.
Il poker era vietatissimo, anche se ovviamente questo non impediva che fosse assai praticato di nascosto (in base al noto principio per il quale per favorire la diffusione di una pratica basta proibirla); la sua clandestinità ha ispirato i romanzi di generazioni di scrittori nordamericani e decine di sceneggiatori dell’epoca d’oro del thriller hollywoodiano che hanno ambientato tra i tavoli di poker innumerevoli sequenze dei loro film noir.
Poi, è arrivato internet e tutto è cambiato: il poker non solo non è più proibito ma al contrario viene continuamente promosso, reclamizzato ed esaltato in tutti i più reconditi siti del web. Sky l’ha promosso addirittura a “sport” (De Coubertin si rivolterà nella tomba) e programma nei suoi canali sportivi le più interessanti partite (perché ovviamente c’è qualcuno al quale interessano) di “Texas Hold’em” (un tipo di poker importato direttamente dagli States.
Le regoli del poker sono assai semplici, almeno quelle basilari. Si tratta di un gioco individuale (ognuno gioca per sé stesso) basato sulla fortuna e sulla faccia tosta (alcuni direbbero, con un fondamento di ragione, sulla psicologia). E’ un gioco di soldi; in due parole: vince chi ha le carte migliori o chi riesce a far credere di averle. Tutto qui.
“Beh” ha pensato Fini (e qui entro in tema) “tutto qui? E’ il gioco che fa per me”.
E ha cominciato a raccontare a destra e a manca di essere in grado di avere la maggioranza necessaria per mandare a casa il Cav. Ha fatto e rifatto i conti, ha sommato e risommato tutti i voti dei suoi seguaci con quelli del partito di Casini, di Bersani, di Diliberto, di Grillo (anche lui ha un partito) e di tutti quelli che professavano una certa antipatia verso il governo del Berlusca e ha concluso dicendo alla stampa, alla TV, in tutte le innumerevoli dirette che l’Annunziata, Fazio, Floris e Santoro, eccitatissimi gli ammannivano: “Il Cav se ne deve andare o lo manderemo via noi. Non ha i numeri per governare perché noi (intendeva: io e i miei nuovi amici) abbiamo la maggioranza del Parlamento”.
Si è rivolto anche direttamente al suo acerrimo nemico: “Ah Berlù, vattene. Risparmiati una brutta figura. Vai via senza aspettare il voto di sfiducia che fai meglio. Ci guadagni di reputazione” e Bocchino rideva, Santoro ridacchiava, Fazio sorrideva, Bersani (impippandosene di doversi alleare con gli ex-fascisti) sghignazzava, pregustando l’immancabile vittoria.
Il problema è che il Berlusca, sarà quel che sarà, ma a poker sa giocare meglio di ogni altro, Fini incluso. E invece di passare è andato a vedere (chi conosce il gioco del poker sa cosa voglio dire, chi non lo conosce se lo faccia spiegare). Ed è bastata questa semplice mossa per mandare all’aria tutto il gioco dei finiani e di consequenza degli antiberlusconiani. Come è stato possibile ? si dirà qualcuno; e anche: quale è stato l’errore di Fini?
Beh, sapete com’è. Il nostro amico non brilla per intelligenza. Va bene bluffare, ma se rilanci senza carte in mano, senza un tris, o almeno una doppia coppia o perlomeno una coppia non puoi far conto che l’altro non venga a vedere cos’hai. E tu non hai niente: non solo non hai una doppia coppia, non solo non hai una misera coppia, ma, benedett’uomo, non hai nemmeno le carte!
E così l’abbiamo visto, col muso lungo, triste e scornacchiato, scampanellare mestamente dall’alto del suo scranno annunciando che la mozione contro il Cav, quella mozione che aveva fatto sua, che aveva caldeggiato, poi minacciato, poi sponsorizzato fino alla nausea, era stata bocciata. Il Ribaltone gli si era sgonfiato tra le dita, non solo non era andato in porto, non era nemmeno mai nato dimostrandosi alla resa dei conti più che un Ribaltone, un ribalticchio, anzi: una ribaltazzo.
La vedo triste per l’immobiliarista di Montecarlo. Da domani aspettiamocelo, finché continuerà ad annoiarci dalla poltrona più alta della Camera (quella che gli ha regalato il Berlusca), ancora più triste, più iroso, più puntiglioso, più antipatico di come è sempre stato (ed è difficile). Non so come si comporterà da ora in avanti, so solo che la prima cosa che farà sarà comprarsi un libro che spieghi bene le regole del gioco del poker. Non sono sicuro che le capirà...

SOGNO O SON DESTO? ovvero: Un incubo di Gargamella

domenica 12 dicembre 2010

Era la notte del 13 Dicembre e Bersani, sdraiato al buio nel proprio letto, non riusciva ad addormentarsi. Erano già le una passate ma strani pensieri gli si agitavano nel cervello rendendogli difficile prender sonno.
Il pover’uomo era ormai arrivato al limite della sopportazione. Ma come? Quando ormai tutto sembrava fatto, quando le cose procedevano a puntino e gli eventi auspicati si verificavano puntualmente come fossero controllati da un orologio, ecco che proprio alla vigilia della mozione di sfiducia preparata appositamente da Fini e Casini per sloggiarlo dalla carica di Premier, l’odiato B., il Dittatore che proprio lui, Bersani, aveva definito negli ultimi tre mesi in ogni dichiarazione, in ogni intervista e in ogni talk show nei quali si era presentato come: finito, esaurito, spacciato, eliminato, cacciato e, insomma, morto e sepolto, si metteva in testa di andare alla conta dei voti in Parlamento. E questo senza tenere in nessun conto quanto lui stesso, la Bindi,  Di Pietro, Fini e Casini gli consigliavano: è tutto previsto, sarai sfiduciato, caro B., fìdati; è inutile votare la sfiducia, rispàrmiati la figuraccia, dimèttiti e chi s’è visto s’è visto.
Quello invece niente: fermo, duro come un sasso: - Se non ho più la maggioranza lo voglio verificare contando i voti – si è messo a dire - non mi fido dei vostri sondaggi – come se non volessimo dimetterlo per il suo bene, pensava Bersani, per non fargli subire una umiliazione; insomma, perché ci fa un po’ pietà.
Ed ecco che accidenti a lui, pensava rigirandosi nel letto Gargamella (il nomignolo gli era stato affibbiato da quella sempliciona della Bindi), giorno dopo giorno, ora dopo ora, prima impercettibilmente, poi lentamente, ma comunque inesorabilmente, le cose sembrava si fossero messe a girare da tutt’altra parte e quello che “doveva” essere il giorno della madre di tutti i ribaltoni, il giorno della riscossa della grande coalizione (ex-fascisti, ex-comunisti, filini, valoriani, casini e chi più ne ha più ne metta, tutti uniti sotto la grande bandiera dell’antiarborismo viscerale) rischiava di divenire il giorno della più sanguinosa disfatta che i progressisti, che pur avevano promosso, sponsorizzato e esaltato quel fatidico 14 Dicembre (un piccolo D-Day di casa nostra), avessero mai subito nella loro gloriosa, se pur controversa, storia.
Certo se il 14 (rimuginava il Garga) quel diavolo d’un B. porta a casa la fiducia, nonostante il cambio di giubba di Fini e dei suoi, nonostante la chiamata a raccolta di tutti i cani sciolti della politica italiana sotto la bandiera del PD, nonostante il battage massmediatico degli anchor-men amici (Fazio, Santoro, Annunziata, Scalfari, Floris eccetera eccetera) e nonostante anni di sputtanamenti vari (veri e presunti ma comunque tutti fedelmente documentati dal giornale dei giornali: la velina scalfariana), non so più cosa fare.
Beh, pensava, dovrò fin da ora procurarmi un buon motivo per giustificare la figuraccia. Pensò vorticosamente: motivi buoni, giustificazioni credibili non ce n’erano, almeno di prima mano.. sudava. Si agitò nervosamente nel letto mentre tutto uno scenario infernale si spiegava dinanzi agli occhi della sua immaginazione: …vedeva il Cavaliere Vittorioso… vedeva folle che inneggiavano a B. Premier a vita… vedeva Franceschini che gli toglieva il saluto, Fassino che, incrociandolo nel corridoio di Montecitorio gli si rivolgeva col gesto dell’ombrello, la Bindi, già di suo poco incline alle mezze misure, che lo spingeva via.. via dalla sua sedia.. lontano..lontano..
Poi si rasserenò; il viso gli si schiarì, il respiro divenne più regolare. Aveva forse trovato la soluzione? (penserà qualcuno): niente affatto, signori e del resto quale soluzione potrebbe mai trovare uno passato alla storia di questi ultimi decenni come il più perdente fra tutti gli uomini politici europei? (Franceschini a parte). Solo aveva improvvisamente comparato la sua situazione con quella di Fini, il Quisling de noantri.
E pensando alla situazione in cui si sarebbe trovato il Presidente della Camera all’indomani di una votazione di fiducia favorevole al Duce di Arcore, Bersani si sentì improvvisamente sereno, quasi felice.
Perché sarebbe pur potuto piovere m..rda su di lui, ma, pur incessante, puzzolente e degradante sarebbe stata acqua di colonia rispetto alla valanga himalaiana di m..rda, allo tsunami globale di m..rda, all’inondazione megagalattica di m..rda, all’eruzione interspaziale di m..rda fresca, inattaccabile ed insolubile che avrebbe travolto nelle sue schifosissime spirali il saputello fasciocomunista, il piccolo Cesare fallito, il presupponente demiurgo in doppiopetto e ditino alzato, il transfuga stolto….
“Non mi è mai stato simpatico”, pensò oscuramente Bersani.
Ebbe un tremito, un brivido, una breve sensazione di freddo e poi un raggio di luce improvvisa lo svegliò. Era l’alba! Senza accorgersene si era addormentato e quelle brutte sensazioni non erano state altro che incubi!
Bersani si sentì rinascere. Era il 14, doveva prepararsi per il grande giorno, quello che avrebbe segnato il suo trionfo e la rovina irreversibile del suo acerrimo nemico. Nient’altro che un sogno! Si avviò verso Montecitorio con la faccia di sempre, con l’andatura di sempre, con il portamento di sempre; ma un pensiero aveva cominciato a roderlo dentro e restava lì, non se ne andava.. non se ne voleva andare. E se invece… Scacciò quel pensiero inopportuno dalla mente; “Vinceremo sicuramente” si sforzò di pensare. Ma se…

LA DEVIAZIONE

domenica 25 aprile 2010

La notizia si era sparsa come un fulmine nel piccolo centro di ****, nella provincia pisana. "Ma davvero?", "Siamo sicuri?"... le domande fioccavano dovunque, nei negozi, alla Posta, per le stradine del centro storico. La notizia sembrava inverosimile; ma come? Il leader della sinistra avrebbe fatto una sosta proprio in quel paesino sperduto; e perché mai? Si decise di andare in massa alla Casa del Popolo: tempo dieci minuti ed una grande folla si era assiepata nel vasto piazzale prospiciente la struttura ma anche lì, i responsabili del Circolo non ne sapevano niente. Però la notizia sembrava vera; pareva che, causa un incidente alla sua auto che avrebbe dovuto portarlo urgentemente a Roma, il famoso personaggio fosse stato costretto a fare una deviazione imprevista per far riparare il mezzo e che, ripreso il viaggio, non avrebbe potuto fare a meno di passare proprio da **** per riimmettersi, poi, nell'autostrada per la Capitale. Telefonarono al meccanico dell'unica Autoriparazione della zona; il meccanico confermò la riparazione e la deviazione e dissolse ogni dubbio: il leader indiscusso della classe operaia, il più fiero antagonista dell'odiato Cavaliere, colui che avrebbe ricompattato in un unico partito il Popolo Viola, quello Arcobaleno, i Girotondi, gli Antagonisti, i Pacifisti, i Verdi e tutti i vari movimenti eco-anti-solido-progressisti sarebbe passato proprio da lì. Alternative non ce n'erano; la strada era una sola e passava proprio davanti alla Casa del Popolo (ribattezzata, pomposamente e in modo abbastanza fuorviante Casa Culturale). Fu deciso di aspettarlo per salutarlo, omaggiarlo ed incitarlo a proseguire nella sua missione.
Dopo una mezz'oretta buona, ecco finalmente la macchina blu che spunta da dietro la curva: la folla è un turbinìo; i due vigili urbani non riescono a trattenere la gente che si accalca in mezzo alla strada; spuntano alcune bandiere rosse, poi, come ad un comando prestabilito, mentre l'auto si ferma, impossibilitata a muoversi, e la figura seduta nel sedile posteriore apre il finestrino per ringraziare i presenti di quella dimostrazione spontanea ed entusiasta, tra le grida di "Grazie di esistere!", "Fallo nero, il Berlusca!", "Pensaci te!", parte irrefrenabile un incitamento ritmato come un coro da stadio: "Gian-Fran-co! Gian-fran-co!". Tutti guardano verso l'auto, chi si appresta a scattare una memorabile foto col telefonino, chi alza sopra la testa il bambino che ha con sé perché possa vedere meglio.. Ecco, il vetro scende lentamente, una faccia si sporge; spunta un viso stupito, addolorato, inaspettato. Il boato della piazza scema, s'arresta. Cade il silenzio. Le bandiere vengono riarrotolate, i telefonini riposti, un vecchio militante sputa in terra prima di andarsene; si fa silenzio e la grande piazza si svuota in un baleno.
Il vetro del parabrezza si richiude, poi l'uomo seduto nel sedile posteriore, tristemente si rivolge all'autista con un velo di stizza nella voce: "A Roma, a Roma. E veloce". Era Bersani.

I FRATELLI "DE REGE"

sabato 17 aprile 2010

Da settimane la sinistra "de chez nous" si arrovella per trovare un leader che possa far concorrenza al Cavaliere; a tale proposito persino un giornale pieno d'aplomb come "L'Espresso" ha lanciato un sondaggio (segno che sono proprio alla frutta). In effetti non c'è nessuno (nemmeno loro che quanto a esse' duri, sò duri sodo) che si accorga che i capetti odierni della sinistra odierna sono improponibili e non solo all'estero ma persino alla maggioranza dei nostri concittadini. O sono velleitari, o sono presuntuosi, o sono tutte e due le cose insieme ma sempre chiacchieroni, inconcludenti, roboanti di bellissime intenzioni ma ognuno di loro con un curriculum che, se si dovesse valutare una assunzione da quello di buono che hanno combinato in anni e anni di chiacchiere (o se volete: dibattiti, incontri, assemblee e via col liscio con il loro rifrittume di parole d'ordine, di manifesti, di marce e di concerti solidali) senza costrutto, resterebbero disoccupati a vita.
Dopo che il cavaliere ha distrutto politicamente tutti quelli che gli si sono opposti in questi ultimi anni (D'Alema, Prodi, Veltroni, Rutelli, Franceschini solo per ricordare qualche nome) e dopo che le minacce, le calunnie, le procure d'assalto, le intercettazioni e persino gli attentati personali si sono rivelati inconcludenti, è persino comprensibile che quelli della sinistra si guardino attorno sconcertati alla ricerca di qualcuno che possa risollevare il partito e, possibilmente, dare la paga al Berlusca.
Io una proposta ce l'avrei.
Scarterei subito i due galletti del Pollaio Democratico (o PD se volete) che si punzecchiano ad ogni occasione: né Bersani né Franceschini hanno il carisma per controbattere non dico al Cavaliere, ma nemmeno, che sò, al Mago Otelma, a Topo Gigio o alla Maionchi e assomigliano sempre più ai vecchi Fratelli De Rege, quel vecchio duo comico interpretato da Walter Chiari e Campanini dove quello che faceva da "spalla" introduceva l'altro con la frase divenuta celebre: "Vieni avanti, cretino!"; quanto ai vecchi notabili (insomma D'Alema e Veltroni, per non parlar di Prodi) hanno trovato la pace dei sensi (e del portafoglio) in una miriade di cariche inutili ed inconcludenti che comunque hanno fatto perder loro la voglia e sopratutto l'interesse di rimettersi in campo in prima persona contro quel diavolo del Berlusca.
Io proporrei Fini. Fini è il candidato perfetto, l'antiberluscones completo e rifinito. La sua candidatura se l'è conquistata non con quelle pagliacciate delle "primarie" (come quelli di sinistra chiamano la procedura per cui la gente viene chiamata a votare -a pagamento- per chi indicano loro si deve votare), ma sul campo, e rischiando di persona. E poi è ambizioso, elegante, serio, cinico e voltagabbana come si richiede nei salotti radical-chic dove i santorini e gli scalfariani indicano la linea del partito.
E comunque la sua elezione a leader della sinistra sarebbe incredibilmente appropriata come esemplificazione dell'involuzione del partito che si definiva "dei lavoratori": settant'anni dopo Gramsci e sessanta dopo Togliatti, con Bertinotti che ormai esce solo per andare alle "Prime" della Scala, Cofferati che mendica un posto da sindaco e Luxuria che ha deciso di farsi operare a Casablanca non ci resta che vedere i resti di quella che fu "la sinistra" in mano ad un ex fascista (Fini) e ad un neo fascista (Di Pietro). Sarebbe veramente impagabile. Roba da non dormirci la notte.

Biri.