Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci

La bufala della Majella

domenica 26 febbraio 2012

Questo che state per leggere è un vero e proprio scoop giornalistico. A rischio di grane giudiziarie e mettendo a repentaglio la mia personale incolumità, sono riuscito a rintracciare e ad intervistare colui che più di ogni altro può dire la sua sui noti fatti che hanno occupato le prime pagine dei giornali. E' stato difficile ma, grazie alla mia proverbiale tenacia e ad una notevole dose di fortuna, ecco che posso presentarvi, parola per parola, l'intervista esclusiva che sono riuscito ad ottenere nientepopodimeno che dal celebre "neutrino della Majella", colui che ha fatto parlare di sé tutto il mondo, scientifico e non, per aver affermato, prima di essere scoperto e sbugiardato, di aver percorso il tragitto Gran Sasso-Ginevra in un tempo inferiore di ben 70 miliardesimi di secondo rispetto alla velocità della luce. Al di là di ogni implicazione scandalistica e della mera esposizione dei fatti, l'intervista può contribuire a rasserenare gli animi  esacerbati da quello che è stato definito un duro colpo alla comunità scientifica italiana portando alla luce certi aspetti nascosti o poco conosciuti di ciò che si cela nelle recondite profondità esistenziali degli ultimi degli ultimi, di coloro che non vengono mai presi in degna considerazione: i neutrini.


Biri: 
"Iniziamo l'intervista. Allora, signor.... mi scusi, quale è il suo nome?"
Neutrino:
"La mia denominazione ufficiale è AQSYX/234001/QUIK006, ma se preferisce, durante questa intervista può chiamarmi semplicemente Pippo"
B:
"Bene signor Pippo. Tutti i giornali hanno parlato di quella che è stata definita "la bufala della Majella". Può dirci come è stato possibile che alcuni tra i fisici più accreditati siano caduti in quella che, alla resa dei conti, e per sua stessa ammissione, si è rivelata una colossale panzana? Non avevano misurato accuratamente la sua velocità?"
N:
"Vede, il problema è proprio la velocità. Quella della luce, voglio dire. Dannatamente difficile da misurare, mi creda. Ed è proprio da questa difficoltà che mi è nata l'idea della corsa Gran Sasso-Ginevra."
B:
"Mi scusi, Pippo. Può essere più preciso?"
N:
"Quando ho saputo che ero stato scelto come quello che avrebbe effettuato l'esperimento della corsa fino a Ginevra ho pensato che se potevo mettermi d'accordo con uno dei miei fratelli che abita in Svizzera, la cosa poteva riuscire. Sa, signor Biri, come avviene l'esperimento? Gli scienziati italiani e quelli svizzeri, ognuno davanti ai propri strumenti, si mettono d'accordo telefonicamente. Ad un certo punto, quando tutto è pronto, ecco che quello svizzero inizia il conto alla rovescia. Parte da 10 e decresce di una unità fino a che giunge a 1. Dopodiché urla al microfono: "Ora!" e dal Gran Sasso danno il via al neutrino scelto per la bisogna. Quando questo arriva a Ginevra si stoppa il cronometro e si guarda quanto ci ha messo. La luce ci aveva messo un milionesimo di secondo, più spiccioli. Io, (insomma quello che potevo sembrare io) assai meno. Infatti arrivai a Ginevra addirittura prima che mi dessero il via."
B:
"Scusi, Pippo, non ho capito bene. Vuol dire che lei arrivò a Ginevra, partendo dal Gran Sasso, prima che fosse data la partenza? Insomma, che tagliò il traguardo prima di partire?"
N:
"Proprio così. Arrivai a Ginevra che dovevo ancora partire dal Gran Sasso."
B:
"E' incredibile. Non ci si crederebbe. E come è stato possibile?"
N:
"Come sarebbe stato possibile, vuol dire. Eh già, perché in effetti io non sono mai andato a Ginevra. Ma, se ci fossi andato e ci fossi arrivato ad una velocità maggiore di quella della luce, sarebbe successo proprio così. Sarei arrivato prima di partire. La velocità della luce è la velocità massima, la velocità delle onde elettromagnetiche, la velocità dell'espansione dell'Universo, la velocità del tempo stesso. Viaggiare più veloci della luce vuol dire arrivare prima di partire. Ma, ovviamente, io non feci così. A dirgliela tutta, caro Biri, noi neutrini siamo lenti. Lentissimi. Siamo deboli, senza consistenza e a corto di autostima. Insomma non ci reggiamo bene nemmeno in piedi. Io poi sono particolarmente lento, più di un bràdipo ubriaco. E poi, e me ne vergogno, sono anche un pò pigro. Andare a Ginevra? A piedi? Correndo? Ma, dico, siamo matti?"
B:
"La prego, signor Pippo, non divaghi. Mi racconti per filo e per segno come sono andati i fatti."
P:
"E' semplice. Del resto lei stesso l'aveva scoperto, anzi, se non erro, aveva raccontato la storia della sostituzione di persona... pardon: di neutrino, proprio sul suo blog. Ebbene, le cose andarono proprio così. Al momento del fatidico "Via!" io mi nascosi più presto che potevo mentre, nello stesso momento (anzi, un pò prima) mio fratello AQSYX/234001/QUIK005, detto Fritz, che abita in Svizzera, si palesò improvvisamente nel laboratorio degli scienziati che partecipavano all'esperimento dicendo: "Cucù! Eccomi, arrivo fresco fresco dal Gran Sasso!" Grande sorpresa, applausi, champagne a fiumi! La scoperta del millennio! Il vanto della fisica italiana!"
B:
"E poi? Mi dica, Pippo; poi che successe? Chi fu a scoprire l'inganno?"
P:
"Fu tutta colpa mia e le assicuro che non potrò mai perdonarmelo. L'accordo fra me e Fritz per funzionare non poteva prescindere da una perfetta tempificazione. Era essenziale che, subito dopo la sua apparizione (a mio nome) nel laboratorio svizzero, non mi si trovasse più in quello del Gran Sasso. Ma mentre Fritz fu perfetto a comparire a Ginevra al momento convenuto, io non riuscii ad allontanarmi. Riuscii solo a nascondermi sotto uno zerbino dove, per mia sfortuna, mi trovò, a sera, la donna delle pulizie. Con la mia presenza all'interno del laboratorio, l'inganno fu svelato e, nonostante il professor Zichichi fecesse di tutto perché la notizia non trapelasse, lo scandalo fu troppo grande perché si potesse occultarlo. Il resto, signor Biri, è cosa nota. Ma finché è durato, è stato bello"
B:
"Ma mi dica, Pippo; ora che le modalità di questa truffa scientifica, nota ormai in tutto il mondo come "La bufala della Majella", sono state accertate, mi vuol dire per concludere la nostra intervista cos'è che la spinse a concepire e ad organizzare questa colossale messinscena? Ora che l'inganno è stato scoperto il prestigio della ricerca italiana è andato a farsi fottere, ma nel caso che l'esperimento fosse stato preso per buono, lei cosa ne avrebbe ricavato?"
P:
"Beh, signor Biri, per risponderle devo cercare di rappresentarle la misera situazione esistenziale di noi neutrini. Ignorati da tutti, senza un amico, senza che mai nessuno parli di noi. Guardi me, per esempio. Senza peso, senza massa, praticamente senza consistenza come sono io cosa ci sto a fare al mondo? Intorno a me trilioni di elettroni, nuclei atomici e protoni di ogni tipo sfrecciano a velocità supersonica godendosela un mondo; miliardi di neutroni (che sono dopotutto i nostri fratelli maggiori) si divertono a girare come pazzi nei tunnel del CERN sempre pronti a sbattere su qualche particella consenziente. Li sento i bòtti che fanno! Ed io fremo dentro e mi rinchiudo in me stesso. A cosa servo? mi domando continuamente. Le particelle subatomiche non degnano di un'orbita i tipi come me e, creda, non ce ne è una che si scontrerebbe con il sottoscritto. Un poco le capisco. Una entità infinitesimale come la mia, cosa mai potrebbe offrirle? Ecco come mi è nata l'idea. - Quando l'universomondo parlerà di me, le cose cambieranno! - pensai. E quale miglior occasione di guadagnarsi popolarità che essere il protagonista di un esperimento che avrebbe mandato in soffitta tutte le teorie del vecchio Albert (NdA: Einstein), che avrebbe dato prestigio al laboratorio del Gran Sasso e, di conseguenza, all'Italia intera? Già vedevo miliardi di particelle di ogni massa e valenza atomica correre per scontrarsi con me. Con me, ha capito signor Biri? Con AQSYX/234001/QUIK006, il piccolo e sottovalutato neutrino del Gran Sasso! Ah, destino infame!"
B:
"La ringrazio signor Pippo per la sua disponibilità. L'intervista è finita. Posso fare qualcosa per lei?"
N:
"Ora, signor Biri, voglio solo riposare. La prego mi lasci solo. E tanti saluti ai suoi lettori"

Al bar

sabato 11 febbraio 2012

Augusto riconobbe Cesira solo dopo qualche minuto che la stava osservando. Alcuni mesi erano passati da quando si erano visti l'ultima volta: un'eternità. I due vecchi amici si abbracciarono, commossi. Augusto le offrì un caffé e lei, che normalmente, sempre indaffarata, avrebbe rifiutato anche se a malavoglia, quella volta accettò e, seduti al tavolino del bar, al riparo dagli sguardi indiscreti e dalle male lingue, inevitabilmente la conversazione si concentrò sul loro lavoro.
Bisogna dire, per chi non lo sapesse, che Augusto era da anni il maggiordomo del cavalier Silvio d'Arcore (come lui devotamente si riferiva al suo datore di lavoro), mentre Cesira, d'origini toscane ma cresciuta in Romagna, era stata assunta in qualità di cuoca presso i Bersani il cui capofamiglia era notoriamente amante della buona cucina casalinga. 
"Sono preoccupata per PierLuigi" confessò ad un certo punto la donna al suo amico. Aveva le lacrime agli occhi.
Augusto cercò di consolarla, e il comportamento dell'amica, che sembrava veramente agitata, lo spinse a cercar di saperne di più sulle cause di quella insospettata defaillance.
"Ma perché Cesira? Cosa è successo? Ti prego parla, confidati; lascia che condivida con te il tuo segreto in modo ch'io possa, se lo ritieni opportuno, consolarti e alleviare il tuo dolore" disse Augusto che, avendo letto in gioventù centinaia di romanzi di Liala (in casa sua - mamma parrucchiera, padre bidello - c'erano solo quelli), aveva da questi acquisito quel desueto modo di esprimersi.
Cesira, dopo aver tentennato un pò, asciugatisi gli occhi, si decise alfine ad aprire il suo cuore all'antico compagno di merende (da giovani infatti, i due se ne andavano spesso per osterie, a merendare).
"Devi sapere, caro Augusto, che da quando al governo ci sono tutti quei professori, quei cervelloni, come li chiama lui, in casa di PierLuigi non si fa più vita. Come era vitale, dinamico, quasi aggressivo con quella sua parlantina sciolta che lo aveva reso giustamente famoso fra i compagni di partito, ora invece è sempre zitto, scontroso, depresso. Sembra che abbia perso il gusto della vita. Non esce più con gli amici, non va nemmeno più alle riunioni del Partito - "Per quel che servono"- dice scuotendo la testa. Non guarda la TV nemmeno per vedere le partite del campionato di calcio che una volta lo appassionavano tanto.
E poi hai voglia a darti da fare per fargli tornare il buonumore! Come a pranzo: hai voglia a preparargli le cose che gli sono sempre piaciute come la minestra di fagioli con le cotiche, i gobbi rifatti col sugo di carne e le salsicce coi fagioli all'uccelletto che lo facevano impazzire! Pensa che ieri l'altro, a cena, ho voluto fargli una sorpresa per cercare di tirarlo un pò su di morale, ed invece del consommé vegetale ed il cavolfiore lesso che aveva chiesto, gli ho portato in tavola un piatto di ravioli ricotta e spinaci e una porzione di cotechino con le lenticchie che avrebbero fatto risuscitare un morto! E invece, lui, niente. Si è quasi arrabbiato: "Cèsi" mi ha fatto (mi chiama confidenzialmente così dopo tanti anni che sono al suo servizio), "Se ti dico che voglio una cosa, fammela! Almeno te, perdìo! Ma dove andiamo a finire! Ora uno non comanda più niente nemmeno a casa sua! Avevo chiesto il cavolo e te dovevi farmi il cavolo! Oh insomma!". Ci sono rimasta così male che mi veniva da piangere anche se lo sapevo perché si comportava in quel modo. Il fatto è che il signor PierLuigi è giù di nervi. Mi ha detto il figlio del giardiniere (che è infermiere diplomato) che da quando al governo ci sono i professori gli è venuta a mancare l'auto....l'auto..."
"Stima" disse Augusto. 
"Ecco, quella cosa lì" proseguì Cesira, "Pensa che ieri l'ho sorpreso mentre, pensando di essere solo, parlava, tutto infervorato, con lo specchio".
"Con lo specchio?" chiese Augusto pensando di non aver compreso bene.
"Con lo specchio, Augusto, con lo specchio! E non lo nasconde mica. Dice che solo così può dire ad alta voce quello che pensa di sé stesso. L'ho sentito mentre si rivolgeva alla sua immagine riflessa nello specchio. Diceva: -Mo che belìn ci stai a fare a Montecitorio, muso di ciuco! Lo sai che ora, con tutti questi professori qui non puoi dir niente, non puoi far niente e tutto quello che ti chiedono è di approvare tutte quelle vagonate di leggi e leggine che sfornano a getto continuo. E devi anche far finta che ti piacciono, quelle leggi! Muso di ciuco! Ecco quello che sei! Devi votare per il taglio delle pensioni, per l'aumento dell'età pensionabile, per i licenziamenti facili! E non puoi ribellarti! Ah, quando c'era lui l'era una bellùria!- e alzava gli occhi al cielo dando pugni per aria....io penso che si riferisse al tuo padrone" disse Cesira. Ricevuto il segno di assenso del suo interlocutore la brava donna proseguì il suo racconto:
"E così il signor PierLuigi è proprio avvilito ed è sempre di cattivo umore. Ce l'ha con tutti perché pensa che la colpa sia di tutti quelli che gli stanno intorno. L'altra volta, mentre leggeva Repubblica, tutto d'un tratto ha buttato il giornale per aria e ha sbottato "Brutta culona, la colpa è tutta tua!". Mi sono quasi spaventata; questa volgarità non è da lui".
"Beh, sai" fece Augusto "Probabilmente, anche se in modo non del tutto signorile, si riferiva alla Merkel..."
"Macché Merkel!" lo interruppe Cesira "Si riferiva ma a una certa Maria Rosaria di Sinalunga che, dice il signor Bersani, ce l'ha con lui e lo costringe a fare sempre delle figuracce. Pensa che la sera venivano i suoi amici a giocare con lui alla solita partita di scopone, ma ora, anche loro, vedendolo così avvilito, non si fanno più vedere. Guarda Augusto, ho paura per la sua salute. Mentale, voglio dire. E poi mi preoccupa il suo stile di vita. Per cercare di dimenticare il brutto momento che sta attraversando si sta buttando sull'alcol. Lui, che non aveva mai bevuto più di un bicchiere di rosso a pasto, ora si scola una bottiglia di sangiovese a cena e una di lambrusco a pranzo. A volte è così fatto che non ce la fa a tenersi in piedi nemmeno per andare a dormire e devo metterlo a letto io portandocelo con la carriola. Una faticaccia anche perché ormai ho una certa età. Ma ora parliamo di te. Come ti vanno le cose con il Cavaliere?" chiese Cesira, avida di notizie.
Augusto non si fece pregare e raccontò:
"Beh, devo dire che il cavalier Silvio è proprio un altro carattere. Lui è sempre contento come una Pasqua. Ha attraversato un momento difficile solo la settimana in cui l'hanno dimissionato ma poi, anche grazie ad un piccolo stratagemma psicologico inventato dal signor Gasparri, si è ripreso in un momento e adesso è sempre pimpante, ottimista e contento come da tempo non lo vedevo."
"Mi vorresti dire che il governo dei professori non lo ha mandato in depressione? Che non si sente una mezza... mezza..." a Cesira non veniva la parola.
"Calzetta" suggerì Augusto che, incassando il cenno d'assenso della donna, proseguì:
"Niente affatto. Vedi Cesira, il Cavaliere adesso si è convinto di comandare come e più di prima. Come ti ho detto l'idea è stata di Gasparri. Un giorno trovò il signor Silvio con una faccia da funerale; era incavolato nero con l'universomondo e stava seriamente meditando il suicidio. "Sant'Ambrogio da Arcore!" si lamentava il cavaliere, "Questi hanno rimesso l'ICI sulla prima casa! Hanno tassato anche l'aria che si respira! Vogliono mandare a casa migliaia di carcerati! Comunisti, ecco cosa sono: comunisti, arcicomunisti, comunistissimi!" e sbatteva la testa contro il muro. Beh, devo dire che il signor Gasparri fu grande. Gli dette ad intendere che le leggi che faceva il nuovo governo altre non erano che quelle che lui, il Cavaliere, aveva meditato di fare. Ergo, disse Gasparri, il vero premier era ancora lui, il signor Silvio. Il Professor Monti non era altro che l'esecutore delle manovre che lui, il Silvio, aveva studiato e mai messo in pratica per l'opposizione dei magistrati. Ovviamente si trattava di una puttan..., pardòn, una bugìa, ma incredibilmente l'escamotage funzionò e, anche grazie a massicce dosi di allucinogeni che mi ordinarono di versargli da allora e a sua insaputa nel solito whisky di fine pasto, quella pietosa menzogna, divenne verità. La sua verità"
Augusto per il momento terminò il suo racconto ma dovette subito riprenderlo poiché Cesira, curiosa come una gazza (animali curiosissimi, come è noto), lo spronò a continuare:
"E ora?".
"Ora, amica mia, è una bellezza. Il Cavaliere ogni giorno si alza, legge i giornali e poi dà udienza ad una piccola folla di postulanti (in verità un gruppo di aspiranti apprendisti attori ingaggiati dal solito Gasparri) che hanno delle lamentele da fargli e delle richieste da rivolgergli. Chi gli dice non ce la fa ad andare aventi perché il prezzo della benzina è troppo alto (e lui: "Stasera stessa dirò al mio amico Putin di abbassare il prezzo del greggio!"), chi si lamenta per la troppa neve che blocca le strade (e lui: "Telefonerò subito alla Protezione Civile affinché getti sale a palate sulle vie di comunicazione!"), chi per le troppe tasse che strozzano l sue attività (e lui: "Avvertirò immediatamente Monti perché mi ricordi di abbassare la pressione fiscale!"), chi recrimina perché il Milan ha perso il derby (e lui: "Appena possibile comprerò Messi, Ronaldo e Rooney per vincere ogni trofeo!"). Il resto della giornata lo impiega a telefonare ai grandi della Terra; la Merkel, Obama, Putin, Sarkozy... lui chiama confidenzialmente tutti e tutti, al telefono, sembrano contentissimi di sentirlo. A volte telefona anche a Gheddafi (non abbiamo avuto il coraggio di ricordargli che il suo caro amico non c'è più) ed il raìs immancabilmente gli dimostra tutta la sua ammirazione. Naturalmente a tutte le telefonate risponde Gano Millevoci, un giovane imitatore di Saronno che si guadagna il pane impersonando questi personaggi. Del resto non si fa danno a nessuno e a lui, il signor Silvio, questa piccola commedia recitata a sua insaputa, fa bene. Si sente ancora importante, pensa di essere ancora un leader e nessuno ha il coraggio di dirgli che gli hanno staccato la spina. E da un pezzo. Il sabato sera poi, a tirargli su il morale e l'autostima, c'è la gara di "taste-fesses".
Augusto si fermò, restìo a continuare.
"E di che si tratta?" chiese avida Cesira.
"Beh, niente di cui vergognarsi; una cosetta da niente inventata in Francia ed importata in Italia dal suo amico Emilio (Fede, per la cronaca). Insomma, il signor Emilio introduce in casa dieci ragazze sconosciute che, celate dietro una parete di cartongesso si denudano la parte... la parte inferiore del corpo e fanno sporgere i loro lati-B da appositi fori circolari. Il cavalier Silvio, al quale è stato detto che le ragazze sono studentesse assolutamente perbene provenienti da ogni parte del mondo, passa lungo la parete e fa scorrere la mano sul c... sulle nat... insomma sui lati-B delle ragazze. La sfida, dalla quale esce sempre gloriosamente vincitore è quella di indovinare il Paese di provenienza di ogni ragazza soltanto tastando il suo.. insomma, il suo culetto".
"E.. ci indovina?" chiese, esitante ed incredula Cesira
"Se ci indovina? E' assolutamente infallibile, incredibile, prodigioso! Lui tocca, ritocca, poi fa "Francia, sud-est, direi Provenza" e la ragazza, da dietro la parete. "Mais oui!"; poi tocca la prossima: "Cipro, zona turca!" e la ragazza tastata ed individuata annuisce, estasiata. E così per tutte le ragazze, ogni sabato, tutti i sabati, senza mai un errore! Un vero intenditore. Solo una volta ebbi paura che sbagliasse. Sai, sarebbe stato un problema per la sua autostima. Fu quando toccando le natiche della bella sconosciuta di turno al di là della parete, fu visto scuotere la testa più volte, poi titubare, tentennare. I minuti passavano, si profilava il rischio di una débacle dalle pericolose conseguenze sull'intera nazione. Silvio, esitava, pensava, ripensava, ripassava, ritastava... poi una illuminazione gli rischiarò il viso; si erse in tutta la sua altezza e, nel silenzio carico di suspense della sala si udì, sicuro e trionfante, il giudizio: "Italiana, origine siciliana, provenienza raccordo anulare presso uscita Casilina, secondo falò a destra!"; "Sì, sì!" gridò la ragazza, "Urrà!" gridarono tutti i presenti increduli di fronte a questa dimostrazione di stupefacente professionalità. Il signor Silvio, in quella occasione, fu portato addirittura in trionfo. La sua autostima salì fino al limite massimo e la serata, anche quella volta, si concluse bene".

Il Capitano

venerdì 3 febbraio 2012

Gli avevano assegnato il comando, gli avevano dato la loro fiducia, lo avrebbero seguito in capo al mondo. Aveva detto loro del suo progetto, del cammino che era intenzionato a percorrere per realizzare il suo ed loro sogno e loro si erano affidati interamente, ciecamente a lui, affascinati dal suo carisma, dal suo savoir faire, dai suoi atteggiamenti decisi e coraggiosi, da quel suo modo di fare così speciale, agli antipodi di quello così ingessato e curiale dei vecchi capitani, tutti, da quando lui aveva preso il timone, divenuti improvvisamente vecchi, passati, obsoleti.
Piaceva il suo parlare in prima persona: "Farò questo; farò quello; ho deciso di...." e la sua dialettica diretta e alla mano ammaliava le folle, specialmente le donne, tutte perse ai piedi di questo uomo che le corteggiava, le blandiva, le conquistava con il suo comportamento gentilmente virile da maschio di altri tempi.
Pareva che per lui nessun obiettivo fosse impossibile, sembrava che sotto la sua guida fatta di determinazione, coraggio e capacità, ogni traguardo, anche il più prestigioso sarebbe stato raggiunto, ed i suoi seguaci, coloro che lasciando perdere tutte le obiezioni si erano imbarcati con lui in questo lungo viaggio che alla fine li avrebbe portati nel porto sperato, certi delle sue capacità non comuni, gli avevano concesso tutta la loro fiducia ed erano pronti a difendere anche con le unghie il loro comandante da tutte le cattiverie e tutte le calunnie che i suoi avversari, ansiosi di subentrare al suo posto di comando, non cessavano di riversare su di lui.
Poi, improvvisamente, l'imprevisto. Un ostacolo, una distrazione, una sottovalutazione, una titubanza nell'accettare una emergenza ed ecco il materializzarsi di un pericolo.
"Niente paura. Non c'è alcun motivo di allarmarsi. Restate calmi ai vostri posti." Le direttive che si intrecciavano sembravano escludere problemi... e poi, non erano forse guidati dal comandante più capace, più fiero e più coraggioso che ci fosse? Da colui al quale avevano riposto la loro cieca fiducia proprio per l'asserita capacità di affrontare le emergenze?
Non volevano credere ai loro occhi quando lo videro fuggire tra i primi; gettarsi quasi nella prima scialuppa di salvataggio facendosi largo fra la calca, abbandonare velocemente, pavidamente la nave, la "sua" nave. 
"No. Non è lui. Non "può" essere lui" pensavano i suoi seguaci, fedeli fino all'ultimo, al di là perfino dell'evidenza. "Ora tornerà a salvarci; a salvare la  sua nave; a condurla in porto con tutti noi, nonostante tutto, in salvo." continuavano a pensare. Poi lo videro, al sicuro, sulla costa, mentre immobile osservava da lontano, senza fare un moto, senza tradire una emozione, il suo bastimento arenarsi, inclinarsi, affondare.
Dissero poi che era fuggito in albergo, piangendo nervosamente. Non sembrava essere disperato, né pentito. Solo stanco. Uno stanco capitano che solo adesso, di fronte al disastro che non aveva saputo governare, si accorgeva di essere, al di là delle intenzioni e dei proclami, solo un anziano presupponente signore; debole, timoroso e un poco vigliacco che, nel momento del bisogno, si era dimostrato inadeguato per le funzioni di comando che aveva richiesto e che gli avevano affidato.
Da allora nessuno sa dove si trovi. Ogni tanto emette un sospiro, dà qualche flebile segno di sé che la gente non nota neppure, scacciando con un gesto di insofferenza ogni ulteriore manifestazione di chi li aveva traditi in modo così plateale.
La sua nave non esiste più; pare che sarà smembrata in varie parti mentre quelli che avevano creduto in lui giurano che da ora in poi non andranno mai più per mare, chiunque possa essere il loro comandante.
Cercano di dimenticare anche il suo nome che usano, quando non possono farne a meno, storpiandolo. E per spregio lo chiamano: Berluschettino.

LEVIATHAN

sabato 28 gennaio 2012

Il grande (a mio avviso) filosofo inglese Thomas Hobbes (1688-1779) nella sua opera più famosa: Il Leviatano, ipotizza che gli uomini, condannati a voler prevalere gli uni sugli altri ("homo homini lupus") onde evitare la loro estinzione cruenta si accordano per delegare ad un terzo (il Leviatano, appunto) gran parte dei loro diritti naturali affinché li eserciti per loro conto essendo essi, a causa della loro continua competizione, praticamente paralizzati e impossibilitati ad esercitarli. Ogni uomo è pertanto costretto a spogliarsi della possibilità di esercitare il diritto, di giudicare, di punire e di imporre la propria volontà sugli altri (cose che creerebbero inevitabilmente tensioni e reazioni impossibili a dirimersi individualmente) e le cede al Leviatano che quindi, forte del diritto che deriva da questo consenso, può far valere su ognuno, imparzialmente, la sua volontà.
Si tratta indubbiamente di una teoria filosofica come molte altre ma essa è oggi indubbiamente attuale.
Una specie di Leviatano (lo Stato) lo abbiamo sempre avuto ma sempre abbiamo cercato di controllare i poteri che gli abbiamo conferito con il cosidetto consenso popolare; periodicamente i cittadini (i sudditi del Leviatano) si recano alle urne dove pensano di esercitare il diritto primario di scegliere coloro che reputano più capaci (sulla base di certi requisiti quali l'appartenenza ad una ideologia apprezzata e condivisa, meriti personali, adesione a certi programmi, ecc.) scegliendo alcuni piuttosto che altri in una lista precompilata (da altri) o più drasticamente delegando alle coalizioni di partiti la responsabilità di scegliere gli uomini di loro fiducia.
Negli ultimi anni questa consuetudine (l'elezione dei controllori dello Stato tramite votazioni) che viene chiamata "democratica", ha però mostrato dei limiti, delle carenze strutturali che ne hanno drammaticamente ridotto l'efficacia.
E' accaduto infatti che nessuno che di coloro che andavano al potere aveva poi effettivamente la possibilità reale di incidere sullo status quo, frenato, ricattato e sviato da mille vincoli quali l'adesione alla sua vera o presunta ideologia, l'"obbligo" (tra virgolette) di non fare niente che potesse danneggiare i poteri che avevano supportato la sua candidatura, e la necessità di non scontentare la propria base elettorale, pena il suo allontanamento a breve termine (alle successive elezioni) dalle leve del comando.
In queste condizioni nessuno ha potuto permettersi di porre rimedio a certe storture o ingiustizie anche evidentissime; nessuno ha potuto veramente riformare la società civile che pensava di averlo delegato, eleggendolo, proprio ad effettuare certi cambiamenti. Chi mai (intendo non solo uomo, ma forza politica o schieramento di coalizione) avrebbe potuto in queste condizioni modificare le pensioni, o aumentare spasmodicamente la pressione fiscale, o incidere sui diritti di alcune corporazioni, o definire ex-novo il diritto di sciopero o le regole che determinano i rapporti di lavoro?
Di fronte a questa realtà è sorta una impasse drammatica che, secondo alcuni, ci avrebbe portato velocemente ed ineluttabilmente alla rovina. Ecco dunque risorgere dalle pagine di Hobbes il nuovo Leviatano: i partiti abdicano ai loro programmi anche se universalmente conclamati, rinunciano alle loro stesse specificità, alle loro ideologie o di ciò che ne rimane sapendo bene che con una certa base da soddisfare e certi nemici da combattere non potranno mai (letteralmente "mai"!) combinare niente di importante, di incisivo, di "rivoluzionario" (in una certa accezione del termine) proprio nel momento che occorrerebbe; e conferiscono a Lui, evocato dal nulla politico ma proprio per questo "puro" e impassibile di fronte a qualsivoglia opposizione popolare, tutti quei poteri che loro, pur legittimati ad usare non hanno saputo (o meglio: potuto) usare.
A loro (i partiti autoesautorati dal potere) non resta che sperare che la crisi (che ha generato questo "mostro" giuridico e democratico) si risolva nel migliore dei modi e comunque in un tempo abbastanza breve perché i cittadini si ricordino alla fine ancora di loro; nel frattempo, voltando la faccia dall'altra parte, facendo finta di protestare (ma blandamente, senza crederci né pensare che gli altri ci credano) ma appoggiando Colui che, venuto da un altro mondo, dal mare, dal nulla, da un'isola lontana e misteriosa (nel nostro caso una Università), da un passato banalmente normale che lo rende però "inattaccabile" e indifferente ad ogni tipo di protesta, cedono mugugnando ma con sollievo quella che poteva essere (che "doveva" essere) la loro prima responsabilità e la loro unica ragione di esistere al nuovo Leviatano riducendosi, di tanto in tanto, a far balenare segni di falsa insofferenza.
Essi sanno benissimo che non sarebbero mai stati in grado di far passare una sola di quelle misure che il Leviatano propone in serie, facendosele approvare - da loro! che non riuscivano nemmeno a idearle!; a proporle!; che le avversavano! - con maggioranze bulgare, giorno dopo giorno, ora dopo ora.
Il Leviatano non deve temere di scontentare una base elettorale perché non ne ha; non può essere accusato di essere incoerente con una sua ideologia, o una sua formazione politica, o una sua storia personale perché non ne possiede alcuna. Il Leviatano, come la figura filosofica di Hobbes, è stato chiamato per "fare delle cose" che gli altri non erano in grado di fare; per questo ha ricevuto da coloro che lo hanno evocato dei poteri che eserciterà a sua discrezione non dovendo rendere conto né ai cittadini (che non lo conoscono), né agli elettori (che non lo hanno eletto), né ai partiti (ai quali è estraneo). La sua forza deriva dall'essere stato chiamato e non essersi proposto, dal non dover sottostare a nessun ricatto elettorale e dal fatto inaudito finora che, riesca o non riesca nel mandato che gli è stato affidato, nessuno gli potrà imputare niente. E' una posizione incredibilmente forte che lo mette nella posizione di "non poter" sbagliare: se fallirà potrà sempre dire di averci provato e tornare nell'ombra dalla quale è venuto ributtando la patata bollente nel campo dei partiti, se invece riuscirà......
Ecco il nòcciolo della questione: se riuscirà. Se il nuovo Leviatano, senza base elettorale se non quella prestatagli dagli impotenti partiti, senza una ideologìa che non sia la sua capacità di conoscere e di aderire a certe regole finanziarie e statistiche, senza alcuna visibilità o esposizione mediatica che non sia quella strettamente inerente ai suoi compiti riuscirà, al di là di ogni previsione, a sconfiggere la crisi e a tirar fuori il Paese dal pantano che rischiava di inghiottirlo, perché mai dovremmo poi tornare al vecchio sistema, quello dei partiti, quello cosiddetto democratico, quello, per intendersi che, oltre ad esser direttamente responsabile di quella crisi non sarebbe mai e poi mai riuscito a farcela superare?
Con quale logica, anzi, con quale diritto i partiti verrebbero a chiedere il nostro voto? E quali programmi ci proporranno sapendo (come noi sappiamo) che non sono e non saranno mai in grado di attuarne uno? E come potremmo dare la nostra fiducia a chi, non riuscendo ad esercitare il potere che gli avevamo conferito, si è ridotto ad approvare le delibere, le leggi e gli atti di chi non sottostà ad alcun controllo popolare?
Il nuovo Leviatano è una esperienza nuova di una forma molto antica di potere che poteva fare a meno del consenso e della legittimazione elettorale. Si trattava di una forma di potere che, a volte,  poteva essere molto efficace ma era sempre molto, molto pericolosa. Quella la chiamavano Dittatura; questa del nuovo Leviatano se non è uguale, le assomiglia parecchio. E non mi piace.

Dopopranzo

lunedì 23 gennaio 2012

Quando, passate due ore buone, mangiato il pranzo, gustato il dessert, bevuto il caffé e rifattisi la bocca col limoncello, i tre si resero conto che non c'era nient'altro di commestibile da aspettarsi, fu proprio Gargamella a rompere il silenzio che era piombato nella stanza e a lanciare la proposta a Casini e Alfano che, senza saper bene cosa stessero ad aspettare, pure pareva non avessero alcuna voglia di andarsene senza aver prima tirato fuori il rospo che, da alcune settimane, pesava sui loro stomaci come un macigno.
L'idea di quel pranzo era nata così, dopo che erano passati mesi (mesi!) senza che i tre avessero trovato niente da fare, da dire, da dichiarare, da presenziare se non altro per far vedere che erano vivi, che esistevano ancora oltre a al di là delle poche sedute in Parlamento dove erano chiamati a ratificare di mala voglia le decisioni del Governo.
Si erano trovati quindi intorno ad un tavolo, non tanto per mangiare insieme, quanto per poter scrutare, l'uno negli occhi degli altri due, se il suo stato d'animo era simile al loro, un misto di depressione, di angoscia e di paura; la muta risposta era disperatamente affermativa: sì, avevano paura; sì, erano depressi; sì, erano quasi alla disperazione.
"Se quel raccomandato del Prof riesce a portar l'Italia fuori dalla crisi...." fece Gargamella entrando a gamba tesa nell'argomento che più gli stava a cuore, e si fermò.
"A me sta bene" disse subito Casini; "L'Italia prima di tutto".
"Ma non capisci?" sbottò Alfano "Se questo, in quattro e quattr'otto, con due o tre provvedimenti risolve la situazione ci rovina. Ci rovina tutti, hai capito? Anche te, che fai finta di appoggiarlo" disse, duro, rivolto a Casini che si limitò a fare spallucce senza replicare.
"Insomma, colleghi, la situazione è chiara. Da quando Napoleò-Tano e Merkozy hanno messo il Bocconiano alla guida del Governo, quello fa e disfa in un baleno certe prerogative esistenti che sembravano tabù, e tutto senza che noi possiamo dire o fare niente. A noi è toccato approvare l'ICI sulla prima casa e a Gargam... (si corresse rapidamente), e a Bersani, la riforma selvaggia delle pensioni. Insomma, la gente che ci ha votato comincia a chiedersi che cosa ci stiamo a fare. Ora poi è venuta fuori la faccenda dei nostri emolumenti! Ragazzi, io non so voi, ma a me l'andazzo non piace. Sento odore di forconi. Come possiamo giustificare, non dico i nostri stipendi, ma la nostra stessa presenza? Ditemi voi: gli italiani si accorgerebbero di noi se non ci fossimo, salvo il fatto che si risparmierebbero un bel pò di soldi?", e scoppiò in un pianto dirotto.
Dopo qualche secondo di silenzio Bersani si schiarì la voce e parlò: "A noi hanno sempre detto che l'importanza di una persona, di una professione e di una categoria si vede quando questa non opera più. Questo accade quando una personalità importante e influente muore, o quando una categoria di lavoratori dichiara, e riesce ad attuare, uno sciopero ad oltranza. Avete visto quello che succede se, ad esempio, si fermano gli autotrasportatori: in meno di una settimana si blocca la nazione intera. E pensate che cosa succederebbe nel nostro Paese se si fermassero le Poste, o le Ferrovie. O se si bloccassero le Autostrade, o smettessero di lavorare tutti gli addetti alle telecomunicazioni o l'intera categoria dei medici di famiglia o tutte le forze dell'ordine o tutti i lavoratori che provvedono a raccogliere e a smaltire i rifiuti. In ogni caso, in un tempo più o meno breve, l'Italia intera andrebbe a rotoli il che dimostra come, ad esempio, le categorie dei lavoratori dei Trasporti, delle Ferrovie, delle Autostrade, delle Poste siano importanti al punto che ogni cittadino avverte come vitali la loro esistenza e la loro attività. Semplicemente non si può fare a meno di loro. D'altra parte è evidente che uno sciopero dei pensionati non produrrebbe danni avvertibili segno che l'Italia, per andare avanti e progredire potrebbe (e lo farebbe volentieri) fare a meno di loro. Ecco perché i pensionati non hanno voce in capitolo, perché prendono poco e perché, ogni tanto, qualcuno che comanda taglia loro un pezzetto di pensione. Eccoci ora al punto; guardiamoci negli occhi e riflettiamo: se noi tutti deputati, senatori, sottosegretari, portaborse, dirigenti di partito e via dicendo, se noi tutti insomma facessimo uno sciopero nazionale, globale, duro e ad oltranza; se per qualsivoglia ragione decidessimo di non.... di non... (gli era venuto in mente "lavorare", ma la parola gli parve inappropriata) di non.. occuparci del bene degli italiani e di non farci vedere più in giro, voglio dire in TV, nei talk show o nei dibattiti... allora, in questo caso estremo, come se la passerebbero gli italiani? Quanto potrebbe durare l'Italia?".
Gargamella si chetò, affranto meno dalla sua lunga sparata che da un pensiero che, mentre parlava, gli era affiorato nella mente. Guardando i suoi compagni negli occhi si accorse che anche loro avevano avuto la stessa idea.
"Amici" fece Casini con un lungo sospiro: "Diciamoci la verità: nessuno ci farebbe caso, anzi, l'Italia andrebbe avanti lo stesso e meglio di adesso. La stragrande maggioranza delle persone dopo una settimana ci avrebbe già dimenticato e persino i telegiornali televisivi, senza tutti i nostri interventi e le nostre interviste che occupano una bella fetta del loro spazio, sembrerebbero sopportabili. Insomma: se ci tolgono le nostre risse, le nostre rivalità, le accuse e contraccuse, le diffamazioni e le difese ad oltranza noi non solo non varremmo niente, ma non conteremmo niente e non potremmo nemmeno giustificare, non dico un terzo, ma nemmeno un decimo degli emolumenti che prendiamo mensilmente".
"E' quello che sta succedendo ora", fece Alfano con un lungo singhiozzo. "Se il governo può fare quello che vuole con il solo aiuto del Capo dello Stato e con l'appoggio delle piazze finanziarie e se noi non possiamo nemmeno abbozzare la più timida opposizione alle sue misure, noi moriamo, non esistiamo, non serviamo. E la gente comincerà a chiedersi per quale motivo deve continuare a mantenere profumatamente una categoria di persone (la nostra) che, semplicemente, non solo non lavora, ma letteralmente "non fa niente" al punto che se non ci fosse le cose andrebbero avanti lo stesso, più spedite e meglio."
"Vi dò una brutta notizia: la gente se lo chiede già" disse Bersani infilandosi il cappotto; "Arrivederci ragazzi" salutò uscendo dalla stanza.
"Finché dura." fece Casini stringendo la mano ad Alfano; "A proposito, tu che hai occasione di sentirlo spesso: cosa ne pensa il Cavaliere di questa situazione?"
Alfano scosse la testa: "Cosa vuoi che ne pensi? Quando ho cercato di conoscere la sua opinione sulla situazione critica in cui è ridotta l'intera classe politica italiana, ieri sera, a casa sua, si è fatto una risata che l'hanno sentito dalla strada. Poi, senza rispondermi è andato in salotto a giocare a moscacieca con alcune nuove stagiste di Mediaset. Ma, pur dandosi da fare per cercar di abbrancare quelle che gli passavano a tiro, non ha mai smesso di ridere a crepapelle. Chissà che avrà voluto dire?".
Casini aveva già aperto la porta per andarsene: "E lo so io che voleva dire, e lo so io. A domani, finché dura".

La contestazione virtuale (racconto medio-lungo)

lunedì 2 gennaio 2012

Giorgino era dai tempi delle medie, e poi del Liceo, che era considerato un tipo particolare. Era secchione e a modo suo intelligente ("furbo", diceva di lui il professore di matematica) ma il suo carattere poco socievole ed il suo comportamento sempre serio così incline com'era a starsene da solo sia quando doveva studiare, sia nel tempo libero, che occupava a leggere certi ponderosi libroni di politica e di economia che avrebbero accoppato di noia non dico i suoi amici studenti ma anche la maggior parte di quei professori che avevano la ventura di essere i suoi insegnanti, lo rendevano antipatico a compagni e docenti. 
"Io non lo reggo quel ragazzo" confidava il prof di Economia Politica a quello di Storia; "L'altro giorno, dopo che gli avevo chiesto di farmi una ricerca sulla situazione economica del Meridione mi ha presentato un fascicolo di centoventotto pagine dal titolo "Anàmnesi del sottoproletariato dell'AgroPontino e sue ripercussioni sul prezzo delle cicèrchie". Quando gli ho detto che il suo elaborato era fuori tema, quello mi ha guardato con certi occhi rancorosi che mi hanno fatto rabbrividire. Ma che elemento è?
"Ah senti, non lo chiedere a me. Ieri l'ho interrogato sulla storia d'Italia e quello ha cominciato a tirar fuori una geremiade di luoghi comuni tipo "la irrinunciabile volontà unificatrice che trova ragione e fondamento nei caratteri identitari della nostra stirpe", "i destini comuni e non alienabili da istanze autoritarie o nondimeno precludenti la libera e insopprimibile autodeterminazione libertaria e.... e.... e poi se Dio vuole non me lo ricordo più. E' un demonio quel giovane! Farebbe venire le pòndole anche ai frati francescani.. farebbe andar via il latte alle mucche alpine! Però" concluse il professore con un segno di speranza, "Potrebbe essere utilizzato per contraddire i bachi ai lattanti!"
I due docenti scoppiarono in una sonora risata senza sospettare che Giorgino, di nascosto, aveva assistito alla scena.
Giorgino era un tipo strano. Alto, serioso, impeccabile e sempre dal portamento altezzosamente severo si sarebbe potuto pensare che non fosse un tipo da prendersela per così poco; ma non era così. Giorgino, benché non lo dasse a vedere e nemmeno ad intuire era un tipo estremamente permaloso e vendicativo anche se la sua nobiltà d'animo gli avrebbe comunque impedito gesti o comportamenti violenti o di pubblica ritorsione verso quelle che considerava evidenti ingiustizie. Lo prendevano per i fondelli? Bene, pensò il nostro eroe, io li ridicolizzerò senza darlo a vedere, mi farò beffe di loro senza che nessuno se ne accorga. La mia vendetta sarà conosciuta solo da me, ma non per questo sarà meno spietata! (pensava). Il suo piano, studiato nei minimi particolari e provato e riprovato, prima allo specchio, poi su persone del popolo (il postino, il fruttivendolo, il guidatore del tram ecc. ecc.) che mai si sarebbero aspettate di esser prese di mira (sia pure per prova) da quello studente così brillante negli studi, era il seguente. 
Giorgino aspettava che il suo interlocutore (quello che voleva mettere alla berlina, quello al quale voleva dimostrare il suo disprezzo) gli volgesse le spalle, per un qualsiasi motivo, fosse pure per un secondo. Ecco allora l'occasione che aspettava. Bastava un attimo, un tempo infinitesimale e Giorgino, zac! in un millesimo di secondo si trasformava: arricciava il naso, strabuzzava gli occhi, sollevava oscenamente il labbro superiore, tirava fuori due palmi di lingua e faceva le corna con le dita delle due mani! Tutto contemporaneamente! Nello stesso nanosecondo! A velocità supersonica! Per un attimo Giorgino si trasformava in un essere grottesco, un Gargoyle umano, una faccia che faceva ribrezzo e insieme si faceva beffe di colui che, ignaro, gli volgeva le spalle! Poi, un secondo dopo, non appena la sua "vittima" accennava a voltarsi di nuovo verso di lui, Giorgino si ricomponeva istantaneamente nell'aspetto e nell'atteggiamento in maniera così immediata che un estraneo che avesse potuto vederlo mentre il suo viso si era trasformato in quel modo così esageratamente sguaiato avrebbe pensato di aver avuto una allucinazione; quanto alla vittima di quell'orgoglioso gesto rivoluzionario, mai essa si sarebbe resa conto di esser stata, sia pure per poco, messa alla berlina (solo visiva, solo virtuale, d'accordo) dal suo interlocutore.
Così Giorgino aveva trovato il modo di sentirsi superiore a quelli che lo criticavano. Era poco, ma lo soddisfaceva intimamente e tanto gli bastava per sentirsi vincitore di ogni sfida. Da quel momento i professori e tutti coloro che avevano a fare con lui dovettero, inconsapevolmente sottostare a quel rito di estrema contestazione tra il tribale e l'esoterico.
"Senta Giorgino" faceva il professore di italiano "nel suo tema ci sono un sacco di aggettivi e di proposizioni ma di contenuti non c'è nemmeno l'ombra. Cerchi di migliorare" e gli faceva cenno di sedersi. Poi si voltava per andare verso la lavagna e Giorgino, zac! Occhi, naso, labbro, bocca, lingua, corna! e si trasformava per un secondo nel ributtante vendicatore dei noiosi, in un deforme e grottesco Mostro di Bomarzo, in uno che si fa beffe delle critiche e manda a quel paese i potenti con una semplice trasformazione del proprio aspetto, come Jekyll e Mr. Hide, anzi, come Don Diego de la Vega e Zorro.
Gli anni passarono e nessun professore si accorse mai di esser stato vittima ridicola di quella non violenta disapprovazione.
Passarono gli anni.
Giorgino si laureò, poi, facendo valere la propria solida preparazione, entrò in politica e da lì saltò le tappe, percorrendo ad uno ad uno tutti i gradini istituzionali fino ad esser eletto (sorpresa delle sorprese!) nientepopodimenoché: Presidente.
Inaudito perfino a pensarsi, almeno fino a qualche anno prima, ma ora, anche se tardi, quella prestigiosa posizione era sua, sua, sua, e Giorgino era ben deciso a tenersela stretta, con tutte le sue forze, finché ce la faceva. C'è da dire che, in quella prestigiosa veste istituzionale, tutte quelle lungaggini dialettiche, quelle circonvoluzioni pleonastiche, quel suo parlare fatto di luoghi comuni e verità scontate, quel dire a Caio perché Tizio intenda, quel suo alludere senza aver l'aria di essersi indirizzato a qualcuno in particolare... ebbene quelli che i suoi professori consideravano difetti, nella sua nuova posizione, potevano passare per qualità. Lui ne era sicuro. "Ero nato per fare il Presidente" diceva in privato ai pochi amici che lo stimavano per ciò che veramente era (e non per quello che rappresentava).
Ma anche in quella veste così importante, Giorgino non abbandonò il suo vecchio modo, segreto a tutti, di farsi beffe di chi disprezzava o di chi, in qualche modo, lo contrastava.
Veniva a trovarlo il sultano di Brunei che gli annunciava che il suo governo aveva deciso di sospendere le esportazioni di petrolio? Giorgino protestava formalmente, sempre con grande classe e distinzione come suo sòlito, ma non appena quello lo salutava e si girava per andarsene ecco la vendetta! Non si era allontanato di tre passi che già il Presidente dietro di lui gli faceva le corna e le linguacce pronto a ricomporsi e a riacquistare il severo atteggiamento istituzionale non appena quello avesse dato cenno di volersi voltare. C'era un incontro di lavoro al Palazzo delle Nazioni Unite con altri Potenti della Terra per parlare di disarmo nucleare? Quando toccava a Giorgino di prendere la parola, c'era sempre qualcuno nella sala (insomma: quasi tutti) che cominciava a dar segni di sconforto nel doversi sorbire uno di quegli insopportabili logorrroici sermoni nulladicenti per cui il nostro eroe era tristemente famoso nei salotti diplomatici di mezzo mondo. Prima che Giorgino avesse finito la sua perorazione c'erano sempre (oltre a coloro che venivano repentinamente colpiti da una speciale sindrome catalettica che li costringeva a terrificanti quanto inutili sforzi per non crollare repentinamente addormentati sugli scranni dell'ONU)  tre o quattro tra emiri e sultani (poco assuefatti questi ultimi alla dialettica giorginesca) che davano segni di svenimento parossistico che li riduceva in stato pre-agonico, mentre altri diplomatici del Medio Oriente, precipitatisi fuori dalla sala annunciando di doversi recare senza alcun indugio alla toilette, si lanciavano, nei corridoi della celebre Istituzione, in vorticose danze dervisce di espiazione. La maggior parte degli altri delegati che per qualche ignota ragione decidevano di restare ai loro posti, più discretamente commutavano su OFF il pulsante della traduzione automatica e così, dipintisi un sorriso beota sul viso, cercavano di dar intendere all'oratore che lo stavano ascoltando mentre invece si attardavano a pensare, beati, al ricco buffet con ballo a seguire che li avrebbe attesi di lì a poco nel foyer dell'albergo dove erano alloggiati e questa volta senza nessuno che gli rompesse i cabbasisi con discorsesse incomprensibili ed inconcludenti. 
E Giorgino? Niente; continuava imperterrito la sua relazione dando l'aria di non avvedersi di queste manovre fino al termine della lettura delle sue terribili quattordici pagine di perorazione quando, salutando finalmente l'uditorio (che, come risanato da una miracolosa benedizione, tornava velocemente alla realtà) si avviava verso l'uscita dalla sala salutato dagli applausi registrati che, come da prassi, salutano in cotal modo gli oratori del prestigioso consesso.
Ma, poco prima di uscire dalla porta che introduce alla Sala dei Congressi, certo che nessuno ormai lo guardasse, si volgeva di scatto, realizzava in un lampo che tutti erano ormai in altre faccende affaccendati e oplà! si esibiva nella sua terribile performance: labbro in alto, occhi sbarrati, bocca spalancata, lingua in fuori e corna, corna e linguacce per tutti! Non lo avrebbero mai saputo ma Giorgino li disprezzava! E questo gli dava un senso di onnipotenza mentre, velocissimamente ricompostosi, tornava, a passo lento e grave verso la sua auto blu che lo aspettava.
Quando venne il giorno di fare il famoso discorso ufficiale alla nazione, fu deciso che il Presidente, questa volta, avrebbe parlato direttamente ai romani (e per estensione a tutti gli italiani) lasciando perdere le formali apparizioni in TV o i soliti messaggi registrati.
L'occasione fu quella della Festa delle Forze Armate. Su una pedana imbandierata per l'occasione e piena di ministri, deputati, senatori, e tutte le Alte Cariche dello Stato, religiose e civili, fu approntato un piccolo palco sporgente verso la strada dove il Presidente, al termine della grande sfilata, avrebbe parlato alla Nazione. Dall'altra parte del grande viale si era radunata una folla enorme composta da romani e da persone accorse da ogni parte del Paese; erano decine di migliaia gli uomini, le donne ed i bambini eccitati ed entusiasti di poter vedere e salutare la Grande Parata Militare. Sul palco, in posizione preminente in modo da poter dominare la situazione, osservato da decine di telecamere e da una piccola folla di giornalisti accorsi da ogni parte del mondo, Giorgino non cessava di salutare, alzando appena la mano destra, i reparti militari di ogni specie che gli sfilavano davanti; nel suo lungo cappotto grigio, con il suo cappello nero a larghe tese ed il viso sul quale non aleggiava nemmeno l'ombra di un sorriso, la figura del Presidente non sembrava nemmeno umana così distante da tutto quello che gli avveniva intorno; i soldati sfilavano con andatura marziale in allineamento perfetto, e quando si trovavano all'altezza del Presidente, si giravano di scatto, guardandolo fisso negli occhi in segno di saluto.
La parata fu magnifica, e quando l'ultimo reparto fu sfilato davanti al palco presidenziale, Giorgino si alzò e, ottenuto immediato silenzio con un semplice gesto della mano, cominciò a parlare.
Inutile riportare per intero (e chi ce la farebbe?) il suo discorso; un discorso lungo e contorto dove si coglievano ogni tanto frasi come; "i non esiziali ma purtuttavia non eludibili doveri di una non subìta accoglienza...."; "le provvisorie fortune non dovrebbero impedirci di distogliere il nostro sguardo dai sempre presenti collegamenti con i nostri partner...."; "è nella mai obliata determinazione a percorrere quelle strade che più opportunamente sarebbero, secondo alcuni, da riportare alla primitiva interpretazione..."; "dobbiamo non eludere ma semmai coltivare e proteggere quelle istanze che da tempo, i Padri della Patria, con lungimirante avvedutezza..." e roba del genere.
Al termine del discorso (un'ora dopo) ecco un secondo di silenzio; poi, ad un segno concordato, scoppia l'applauso della folla mentre i reparti schierati sull'attenti, al comando dei loro ufficiali con la sciabola sguainata, salutano militarmente e nell'aria risuonano le note dell'Inno Nazionale. Giorgino si gira verso la pedana per ricevere l'omaggio dei deputati, dei ministri e delle Alte Cariche dello Stato, ma... improvvisamente ha un ripensamento. "Non ho salutato la gente", pensa, e così si volta di nuovo, repentinamente, verso la folla e....e....
E vede che tutti i militari di tutti i reparti, e i loro ufficiali, e i generali, e le crocerossine, e i guidatori dei mezzi corazzati, e i marinai, e i corazzieri, e i ROS dei reparti speciali, e i finanzieri, e gli alpini sciatori e persino i loro cani San Bernardo... tutti sono con la bocca spalancata e la lingua di fuori e gli fanno le corna con le dita delle mani... E allora, come in un incubo, volge lo sguardo al di là del viale, sulla folla, e tutti, uomini, donne e bambini lo guardano con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori... E gli fanno le corna.
Un velo nero oscura lo sguardo di Giorgino che si sente mancare e cerca di distogliere subito gli occhi da quell'orrenda visione girandosi di nuovo verso la pedana delle Alte Cariche, come per chiedere aiuto a chi gli è stato sempre più vicino e...
e si accorge che anche loro, deputati e senatori di ogni partito, e i ministri, e i sindaci, e i prefetti, e persino i cardinali, presi alla sprovvista da quel rapido voltafaccia, hanno il labbro rialzato, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, la lingua di fuori.
E tutti, ma proprio tutti, gli fanno le corna.