Missione del blog

Il Biri, il socio più anziano titolare della celebre Agenzia (*), ha l'abitudine, da anni, di annotare i suoi pensieri, le sue osservazioni e gli avvenimenti che gli accadono (anche i meno memorabili) in un taccuino che non mostra a nessuno e del quale è gelosissimo.
Ora, avuto il permesso di visionarlo, l'ho trovato per certi versi interessante (come tutto quello che concerne il Biri) e gli ho chiesto perché non lo pubblicasse in un blog. Impresa disperata: il Biri non sa usare nemmeno il telecomando del televisore, figuriamoci il computer! Impietosito ho deciso di aiutarlo e pertanto ecco qui il blog con le pagine del taccuino del Biri che potrete leggere e commentare ricordando sempre che il sottoscritto non si prende alcuna responsabilità del contenuto essendo il suo contributo solamente quello di una collaborazione tecnica e poco più.


Per saperne di più, leggere il post dal titolo: Ouverture.
R.M.

(*) L'Agenzia di Ascolto e Collaborazione Morale della quale parlerò appronditamente in un prossimo futuro su queste pagine.

Roberto Mulinacci

Le elezioni!

giovedì 5 aprile 2012

Pare proprio che le elezioni ci saranno. Non si sa quando, se sarà fra poco, in Autunno, o nella Primavera del prossimo anno, ma si può esser certi che ci saranno. La possibilità di essere chiamati alle urne (come si dice) è una certezza e Nedo ieri è venuto a trovarmi proprio per chiedermi un consiglio in proposito.
Dovete sapere che Nedo è uno dei miei più cari amici anche se da qualche tempo abbiamo poche occasioni di stare insieme. Lui però mi stima e condivide gran parte delle mie idee (anche se le due cose sembrerebbero incompatibili) e poiché non sa raccapezzarsi tra le cose che riguardano il variegato mondo della politica, ecco che è venuto a chiedermi come dovrà comportarsi se e quando sarà chiamato ad esercitare il sacro diritto (e dovere) del voto.
Era abbastanza sconcertato, Nedo, quasi incredulo. Mi ha confessato che il semplice fatto che la cosidetta "classe politica" (o, come dicono gli ignoranti: "Casta") senta il bisogno, non solo senza vergogna ma nemmeno senza il più piccolo imbarazzo (dice Nedo) di riproporsi alla guida dell'Italia dopo lo spettacolo tra l'inverecondo e il pietoso che ha dato di sé, è un fatto (per lui) talmente sfacciato da divenire addirittura una provocazione culturale, come una performance surrealista, un "happening", una pièce di Ionesco o una di quelle notizie che si rinvengono a volte su Internet e non si sa quale attendibilità dar loro, non essendo in grado di capire se siano burle, "tarocchi" o solamente provocazioni.
Insomma se siamo nelle condizioni in cui siamo (dice Nedo) è perché i nostri governanti e il Parlamento che li ha prodotti, non sono stati in grado di fare alcunché, prigionieri delle loro ideologie, ricattati dalle loro clientele elettorali e comunque impediti ad agire anche e sopratutto dalla loro congenita, atavica, ineluttabile incapacità.
"E ora va a finire che ci chiedono ancora di votare per loro! Che facce toste! Votare per loro e i loro partiti per continuare a farsi mantenere dal popolo, per continuare a non fare un c... (qui Nedo ha proferito una parola che, benché usatissima a destra e a manca, non mi sento di riportare), godersi la bella vita, pavoneggiarsi in televisione, tagliare nastri, rilasciare interviste, viaggiare in auto blu,  e tutto a nostre spese..."
"Basta, Nedo. Ora basta" l'ho interrotto, e anche piuttosto bruscamente.
Lui mi ha guardato con aria interrogativa. Cosa c'era? Aveva detto qualcosa di sbagliato? Non condividevo i suoi pensieri?
Dopo un minuto buono, ho parlato.
"Caro Nedo, devi calmarti. Mi sembra che tu ce l'abbia troppo con i nostri politici. Non bisogna cadere nel qualunquismo, nel disimpegno, nel disfattismo. Anche se i politici non fanno niente di buono, anche se ci hanno portato nel baratro, anche se non producono niente di utile dalla mattina alla sera, anche se prendono stipendi e compensi assolutamente spropositati rispetto a quello che fanno, anche se vanno in pensione presto, e con pensioni ricchissime e con buonuscite faraoniche, anche se spesso sono corrotti, o corruttori, o corruttibili, anche se spesso sono ignoranti o cafoni o presuntuosi o imbelli o semplicemente inutili, non bisogna prendersela con loro. E questo per non dare altro impulso alla disoccupazione improduttiva. Ti sei mai chiesto cosa mai potrebbero fare quelle migliaia di deputati, senatori, ex ministri, segretari di partito, portaborse, galoppini, attivisti et similia se improvvisamente perdessero il loro posto e si trovassero dall'oggi al domani senza lavoro? (lavoro... si fa per dire). La maggior parte di loro non sarebbe nemmeno in grado di rispondere nei call center; moltissimi non saprebbero fare lavori banalissimi come, che so? mettere i depliant pubblicitari nelle cassette postali, o attaccare i francobolli alle lettere senza sbagliarsi, o dividere a modo la spazzatura per la raccolta differenziata (che, a pensarci bene, vista la loro specifica esperienza professionale sarebbe il tipo di lavoro al quale dovrebbero essere più portati). E non pensi alle loro famiglie abituate ormai ad un tenore di vita che non potrebbero più permettersi? Alle loro mogli, costrette a rinunciare all'auto blu con autista per andare, tre volte a settimana, dal parrucchiere? Alle loro giovani amanti, che potrebbero lasciarli se dovessero restare senza il solito regalino da 20000 euro per il loro compleanno? Ai collaboratori, donne di servizio, cuochi filippini, giardinieri indiani, che rimasti senza lavoro non potrebbero far altro che finire sulla strada ad ingrossare le fila della piccola delinquenza (gli uomini) o la prostituzione più squallida (le donne e non solo)?
No, Nedo. Non possiamo permettercelo. In questi giorni di crisi, dove le aziende falliscono e la disoccupazione sale a livelli inauditi non dobbiamo lasciare senza lavoro un numero così grande di persone. E questo per il bene dell'Italia. E poi c'è un'altra cosa da considerare. Tutti questi... come chiamarli? Parassiti? Vada per parassiti: è forte, ma rende l'idea dato che vivono alle nostre spalle senza lavorare; dicevo tutti questi parassiti ora, tutto sommato vivono gran parte delle loro giornate chiusi nelle sezioni di partito, o imboscati nelle sedi sindacali, o celati nelle stanze di Montecitorio, insomma, fuori dalla vista diretta della gente. Ora Nedo, pensa un attimo a quale pericoli li esporresti se improvvisamente questi della Casta, scacciati dalle sacre stanze del Parlamento dove si barcamenano tra pennichelle in Transatlantico e barzellette alla buvette di Montecitorio, dovessero uscire per le strade come la gente comune. Rischierebbero grosso. Mi immagino già gruppi di esagitati con le mani al muso (il loro), giovinastri che li bersagliano con bucce di cocomero, operai che li salutano con cori offensivi, popolane che cercano di schiaffeggiarli e, non è da escludere, qualche coltivatore diretto che cerca di infilzarli con il forcone. No, no. Sarebbe troppo pericoloso; sarebbe istigazione alla violenza. Non possiamo permettercelo"
"Ma allora" ha ribattuto Nedo "come dobbiamo comportarci? Astenerci in massa? Votare scheda bianca? Scrivere frasi oscene sulla scheda elettorale?".
Non ci ho pensato un attimo:
"No Nedo. A mio avviso la cosa migliore da farsi è invece quella di andare a votare in massa. Io ad esempio ho deciso. Benché la mia proposta di riforma della legge elettorale con adozione del metodo del "vaffarellum" non sia stata accolta (ed era sensata, buona, democratica, popolare), sono deciso non solo di non astenermi ma di approfittare dell'occasione del voto per dare un segnale alla nostra classe politica. Un segnale di stima, di fiducia, un segnale di maturità democratica, quella che tanto piace al nostro Presidente della Repubblica, un segnale di apprezzamento per i partiti e i parlamentari, e senza discriminazioni ideologiche".
"?" ha fatto Nedo (una espressione più che una domanda), che non sapeva dove sarei andato a finire.
"Semplice, amico mio. Entrerò decisamente nella cabina elettorale, aprirò la scheda e, senza bisogno di pensarci su e abbandonando ogni favoritismo, metterò responsabilmente il mio segno di preferenza sui simboli dei partiti". 
Nedo non parlava, non aveva capito, ci ragionava su.
Gli ho chiarito il mio pensiero:
"Su tutti i simboli, Nedo, tutti. Partendo dal primo fino all'ultimo, dall'alto in basso, da destra a sinistra. Per dimostrare quanto li apprezzi".

A volte ritornano... (nota politica)

venerdì 9 marzo 2012

Quando il duo Merkel-Napolitano insediò Monti ed il suo Governo dei Tecnici a Palazzo Chigi, beh, diciamoci la verità, nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sul destino politico del Cavaliere. "Er Puzzone", come benevolmente lo chiamavano i suoi avversari di una vita, era stato dimesso in quattro e quattr'otto ed era dovuto sloggiare nella notte, andandosene, spettinato e parecchio attapirato, sotto un diluvio di fischi che avrebbe sotterrato un bue. "Se Dio vuole di questo non si sentirà più parlare in eterno!" pensavano allegri i soliti comunisti, contenti come pasque al pensiero che ormai la strada progressista al potere era più che spianata: spalancata.
Poi ci si accorse che con i professori alle leve di comando niente sarebbe più stato come prima.
Innanzitutto quelli misero subito il naso (e le mani) dove nessuno aveva osato metterle prima e fecero in due balletti una Riforma delle Pensioni talmente drastica che lasciò senza fiato e senza parole piddiini e ciggiellini i quali lì per lì, pensando di sognare, non riuscirono nemmeno a organizzare una protesta qualunque, una protestina, un cenno di dissenso, un distinguo, uno scioperetto, una piccola rimostranza. 
Da allora fu tutto un susseguirsi di manovre, manovrine, disegni di legge e riforme che stanno ottenendo due scopi; quello dichiarato di rimettere in piedi la situazione economica italiana, e quello nascosto di distruggere (ce ne fosse stato bisogno) la residua fiducia degli italiani nei partiti tradizionali.
Nella crisi di identità degli apparati politici, ormai sempre più distanti dalla gente e considerati niente più che una cricca di incapaci e corrotti dalla quale varrebbe la pena di sbarazzarsi al più presto possibile, quello che prima di ogni altro capì e utilizzò ai propri fini la nuova situazione che si era venuta a creare, chi fu?
Il solito: il Berlusca, il Cavaliere Nero, il Duce d'Arcore, insomma ancora lui: er Puzzone.
Lasciato il bastone di comando dell'agonizzante partito che aveva fondato ad un giovane "parvenu" della politica e prendendo su di sé l'incredibile carica di "Padre Nobile" del movimento (Padre Nobile: roba da chiodi!), ecco che il Nostro, dopo qualche giorno di silenzio, è ora tornato sulla scena politica-mediatica con una autorevolezza e un credito che non aveva mai avuto nemmeno quando governava.
Le televisioni se lo contendono, i media pubblicano per intero le sue interviste mentre ogni intercettazione telefonica che lo riguardi sembra misteriosamente sparita dalle prime pagine dei giornaloni "indipendenti". Persino "Repubblica", demoralizzata, non ha più interesse e voglia di occuparsi di lui lasciando argomenti progressisti come il bunga-bunga e l'affaire delle olgettine ai rotocalchi di gossip più squalificati ai quali, prima, contendeva con successo l'intervista alla escort di turno. In più, tutti i comici, satiri, ventriloqui ed imitatori che lo sbertucciavano un'ora sì e l'altra pure, ora che "il Caimano" non comanda più, non potendo più tirare in ballo il suo nome e tutto quello che questo comportava, si trovano improvvisamente a corto di idee, annaspano, non sanno cosa dire e, senza il Nume Ispiratore, non fanno più ridere nessuno. Benigni, che da Fiorello, tentò di rinverdire la satira antiberlusconiana con due o tre battutacce vecchie come il cucco, accorgendosi della mala parata (il comico di Vergaio è ormai alla frutta), cercò di accaparrarsi qualche applauso rifugiandosi a cantare (e male) un anacronistico e squallido "Inno del corpo sciolto", sua hit scatologica di quarant'anni fa che giustamente oggi, nella bocca di uno che si dice abbia vinto un Oscar (ma l'ha vinto! Davvero!) fa veramente ca'à.
"Dovrò dare qualche consiglio a Monti su come fare per agevolare lo sviluppo" dice intanto ai microfoni tutto serio il Cav, senza che nessun giornalista si metta a ridere; "Andrò a breve dal mio amico Putin a dirgli di darsi da fare per far rilasciare i nostri marò", promette al TG1, e nessuno che si stupisca; "Monti è bravo, non c'è che dire; del resto l'ho scoperto io" racconta con nonchalance alla conferenza stampa, e tutti i giornali riportano, e con pochi commenti, le sue parole.
E da ogni parte si vedono le sue foto: mentre assiste alla partita del Milan ("Devo ricordarmi di dire ad Allegri di far spingere di più sulle fasce"); in un gruppo sotto la neve con Putin e due giovani elettrici siberiane ("Sono andato a complimentarmi personalmente con Putin per la sua rielezione"); mentre, in maniche di camicia, parla con il sindaco di Lampedusa ("Ho rassicurato i lampedusani che qui non sbarcherà più nemmeno un libico. Del resto ci ho comprato una casa"); mentre racconta barzellette spinte alla sua claque ("Dunque: c'era un frate che doveva confessare una novizia..."); insomma, il Berlusca imperversa nei rotocalchi, nei giornali, nelle televisioni, come non mai.
Nel frattempo il partito dei progressisti sta andando a rotoli. Scalfari contro Bersani, Veltroni contro Franceschini e D'Alema, Renzi contro tutti, sconosciuti che battono sonoramente alle primarie i candidati ufficiali della Direzione; insomma il partito dovrebbe cambiare nome, da PD a Lotta Continua (intestina), come ai bei tempi. Solo Maria Rosaria tace. Dopo aver vissuto il suo momento migliore con la sprezzante risposta al Cav che aveva irriso alla sua avvenenza con l'orgoglioso: "Signore, non sono una donna a sua disposizione!", ora, che non la riconosce più nemmeno il gatto, ora che non viene salutata neppure dall'ortolano quando la mattina va a fare la spesa al mercato ortofrutticolo, ora Rosaria rimpiange amaramente quei tempi eroici in cui era considerata l'icona della Sinistra e sempre più spesso, la sera, mentre davanti alla TV cena da sola, una lacrima le cade, furtiva, inarrestabile, nella minestrina.

Lotta all'astensionismo

sabato 3 marzo 2012

Ho ricevuto una mail abbastanza interessante. In essa, un anonimo ammiratore (o ammiratrice) propone un modello di legge elettorale che mi sento di definire rivoluzionaria.
Il messaggio è lungo e articolato e comunque, anche per rispetto alla  privacy (che Dio la protegga) che impedisce al mio senso innato della correttezza di pubblicarlo integralmente (per evitare che un occhio esperto possa altrimenti risalire all'identità del misterioso mittente) merita una doverosa nonché rispettosa sintesi delle idee che vi sono contenute.
L'Autore della proposta (che da qui in avanti chiamerò semplicemente 'Caio') inizia partendo dalla seguente tesi:


"E' ormai acclarato che le forze politiche italiane non riescono a proporre persone all'altezza della gravissima situazione economica e sociale. I loro parlamentari non solo non riescono a partorire una sola idea, una legge, una manovra economica che vada nella direzione di cui il popolo ha bisogno, ma non sono capaci neppure di esprimere un governo capace di risolvere i malanni che colpiscono l'Italia. Alla prova dei fatti si rivelano ineluttabilmente (quando non siano corrotti, collusi o semplicemente ladri) pasticcioni, incapaci, velleitari, asini. E spesso dannosi. E questo a prescindere dai vari schieramenti; tutti coloro che sono stati eletti negli ultimi anni, siano essi di destra o di sinistra, siano uomini o donne, siano giovani o vecchi, tònfa! Fanno danni; generano casini; non riescono a cavare un ragno da un buco. L'unico modo per impedire loro di far danno è quello di metterli in condizione di non nuocere relegandoli in una posizione che definirei di "mobbing esecutivo". Insomma, al parlamentare (deputato, senatore, ministro o politico semplice) gli diciamo (implicitamente): ti paghiamo (e tanto) purché tu stia fermo, zitto e non ti muova, essendo consapevoli che qualunque tipo di attività provenga da te non potrà che nuocere gravemente al Paese.
E' così che è nato il Governo Monti; un professore con uno staff di accademici che cerca di risollevare l'Italia facendo in pochi mesi quello che non hanno fatto i politici in diversi anni."


Devo dire che non sono d'accordo con Caio. Assolutamente. Mi dissocio nettamente da tali giudizi ingenerosi e superficiali che tendono ad alterare o a nascondere i grandi risultati ottenuti, operando spesso nelle condizioni più avverse, dai governi che hanno preceduto questo esecutivo, dove decine di ministri e sottosegretari di ogni schieramento politico, lasciando da parte ogni spirito polemico e ogni sudditanza ideologica si sono profusi per il  bene comune pensando solo al benessere del popolo che li aveva eletti e disdegnando ogni favore personale e ogni facile gratificazione mediatica (e così sono a posto).
La lettera di Caio prosegue così:


"Dopo aver studiato approfonditamente tale situazione, sono pervenuto ad una conclusione che è la seguente:
-Il popolo italiano non apprezza, non onora, non rispetta, non ama, non crede né a questi parlamentari né alle forze politiche che li eleggono-


ergo,


-La stragrande maggioranza del popolo italiano sta maturando consapevolmente la decisione di non recarsi più alle urne per le prossime elezioni politiche-


A tale proposito e con tali premesse il sottoscritto ha studiato una forma totalmente nuova di legge elettorale che, se applicata, avrebbe a suo parere (se non altro) il grande merito di debellare l'astensionismo  di portare alle urne folle di cittadini entusiasti, ansiosi di poter esprimere il loro voto"


Anche in questo caso il signor Caio sottovaluta in modo eclatante il sentimento comune prevalente nell'elettorato italiano il quale, lungi dal sentirsi deluso dall'esercizio del voto, non vede l'ora di recarsi nei seggi elettorali dove poter scegliere tra i diversi candidati, colui che, come è sempre successo, saprà ancora una volta guidare con mano ferma e sicura la Nazione a sempre più alti traguardi e riconoscimenti internazionali (e anche questa è fatta).
Proseguendo nella sua missiva, Caio, arriva al nocciolo della sua proposta:


"Sono attualmente due le proposte per una riforma della legge elettorale, chiamate rispettivamente mattarellum e porcellum. Con il porcellum si delega ai partiti la nomina dei parlamentari, con il mattarellum si scelgono i parlamentari tra quelli indicati dai partiti. Cosa cambia? NIENTE! (le maiuscole sono nell'originale). Infatti vanno a fare i parlamentari, e da lì i ministri, sempre le stesse persone, le incapaci! E la gente lo ha capito e non vuole più andare a votare. Ora, io ho pensato. Il problema dell'astensione crescente è che il cittadino viene chiamato a votare "per" un partito o un candidato. Cioè, viene spinto a dare una preferenza, un segno di stima, di considerazione a persone o partiti che hanno dimostrato in questi anni tutta la loro incapacità, la loro inadeguatezza. Il cittadino questo lo sa, lo avverte, e non ci sta. Resta a casa. Si astiene. Come fare per riportarlo in massa ai seggi elettorali? E come fare per evitare che a guidare la Nazione vadano coloro che sono sponsorizzati dai loro stessi partiti? Ecco la mia proposta. Una legge elettorale nuova di zecca che potrà risolvere come di incanto questi problemi. Una legge che volge verso la stabilità delle istituzioni democratiche il gradimento che gli italiani stanno dimostrando da anni verso i reality televisivi."


E qui il signor Caio viene al nocciolo della sua proposta (che io mi guardo bene dall'appoggiare o condividere).
Così prosegue:


"La mia proposta di legge elettorale prevede che ogni cittadino, dopo aver votato per un partito o una coalizione di partiti, debba obbligatoriamente indicare un nome tra quelli indicati tra i candidati di quella lista. Ma, si badi bene, non si tratterà come in passato di un voto di preferenza, bensì di un voto di disapprovazione, di disistima, di insofferenza, di disprezzo o di schifo verso colui che viene ritenuto assolutamente inadatto a fare il deputato, vedendolo assai meglio, se non proprio dietro le sbarre, impegnato in agricoltura magari nella raccolta della fava bietolaia al tempo della sua piena maturazione. Tale voto "al contrario", che nella mia proposta si chiama "sputto" non è pertanto, come nelle consultazioni tradizionali, a favore" o "per" il candidato, ma bensì assolutamente "contro" lo stesso.
Al termine della tornata elettorale saranno eletti, per ogni lista e partendo dal basso, coloro che avranno conteggiato "meno" sputti a loro sfavore, mentre, coloro che ne avranno ottenuti di più saranno (come si dice) "nominati" e dovranno pertanto uscire dal partito e rinunciare, fino alle successive elezioni, non solo ad ogni carica istituzionale ma anche e soprattutto ad ogni apparizione in pubblico. Dovranno insomma "andare a.. (omissis)". Ecco perché la mia legge elettorale si chiama "vaffarellum".
(NB. Se mi si chiede se con questa legge aumenterà il tasso di competenza, di onestà e di professionalità dei deputati devo dire onestamente che ne dubito, ma vuoi mettere il gradimento di queste elezioni presso l'opinione pubblica? Astensione ai minimi termini! Pulizia tra la classe dirigente! Non basterebbe questo a far adottare il vaffarellum come legge elettorale italiana?)"


Con questa domanda che non pretende risposta termina il sovversivo messaggio del signor Caio che ho fedelmente riportato, stigmatizzandolo e prendendone le dovute distanze, solo come esempio di quanto possono deteriorarsi le convinzioni democratiche di certe menti malate. Che qualunquismo! E inoltre; che stupidata! Votare "contro"...; "nominare" i candidati..  Roba da chiodi!
E poi (a parte tutto); come potrebbe mai funzionare un sistema elettorale come questo cosidetto vaffarellum? E' evidente a tutti che, adottandolo, al termine delle elezioni  non ci sarebbe nemmeno un candidato da eleggere!

La bufala della Majella

domenica 26 febbraio 2012

Questo che state per leggere è un vero e proprio scoop giornalistico. A rischio di grane giudiziarie e mettendo a repentaglio la mia personale incolumità, sono riuscito a rintracciare e ad intervistare colui che più di ogni altro può dire la sua sui noti fatti che hanno occupato le prime pagine dei giornali. E' stato difficile ma, grazie alla mia proverbiale tenacia e ad una notevole dose di fortuna, ecco che posso presentarvi, parola per parola, l'intervista esclusiva che sono riuscito ad ottenere nientepopodimeno che dal celebre "neutrino della Majella", colui che ha fatto parlare di sé tutto il mondo, scientifico e non, per aver affermato, prima di essere scoperto e sbugiardato, di aver percorso il tragitto Gran Sasso-Ginevra in un tempo inferiore di ben 70 miliardesimi di secondo rispetto alla velocità della luce. Al di là di ogni implicazione scandalistica e della mera esposizione dei fatti, l'intervista può contribuire a rasserenare gli animi  esacerbati da quello che è stato definito un duro colpo alla comunità scientifica italiana portando alla luce certi aspetti nascosti o poco conosciuti di ciò che si cela nelle recondite profondità esistenziali degli ultimi degli ultimi, di coloro che non vengono mai presi in degna considerazione: i neutrini.


Biri: 
"Iniziamo l'intervista. Allora, signor.... mi scusi, quale è il suo nome?"
Neutrino:
"La mia denominazione ufficiale è AQSYX/234001/QUIK006, ma se preferisce, durante questa intervista può chiamarmi semplicemente Pippo"
B:
"Bene signor Pippo. Tutti i giornali hanno parlato di quella che è stata definita "la bufala della Majella". Può dirci come è stato possibile che alcuni tra i fisici più accreditati siano caduti in quella che, alla resa dei conti, e per sua stessa ammissione, si è rivelata una colossale panzana? Non avevano misurato accuratamente la sua velocità?"
N:
"Vede, il problema è proprio la velocità. Quella della luce, voglio dire. Dannatamente difficile da misurare, mi creda. Ed è proprio da questa difficoltà che mi è nata l'idea della corsa Gran Sasso-Ginevra."
B:
"Mi scusi, Pippo. Può essere più preciso?"
N:
"Quando ho saputo che ero stato scelto come quello che avrebbe effettuato l'esperimento della corsa fino a Ginevra ho pensato che se potevo mettermi d'accordo con uno dei miei fratelli che abita in Svizzera, la cosa poteva riuscire. Sa, signor Biri, come avviene l'esperimento? Gli scienziati italiani e quelli svizzeri, ognuno davanti ai propri strumenti, si mettono d'accordo telefonicamente. Ad un certo punto, quando tutto è pronto, ecco che quello svizzero inizia il conto alla rovescia. Parte da 10 e decresce di una unità fino a che giunge a 1. Dopodiché urla al microfono: "Ora!" e dal Gran Sasso danno il via al neutrino scelto per la bisogna. Quando questo arriva a Ginevra si stoppa il cronometro e si guarda quanto ci ha messo. La luce ci aveva messo un milionesimo di secondo, più spiccioli. Io, (insomma quello che potevo sembrare io) assai meno. Infatti arrivai a Ginevra addirittura prima che mi dessero il via."
B:
"Scusi, Pippo, non ho capito bene. Vuol dire che lei arrivò a Ginevra, partendo dal Gran Sasso, prima che fosse data la partenza? Insomma, che tagliò il traguardo prima di partire?"
N:
"Proprio così. Arrivai a Ginevra che dovevo ancora partire dal Gran Sasso."
B:
"E' incredibile. Non ci si crederebbe. E come è stato possibile?"
N:
"Come sarebbe stato possibile, vuol dire. Eh già, perché in effetti io non sono mai andato a Ginevra. Ma, se ci fossi andato e ci fossi arrivato ad una velocità maggiore di quella della luce, sarebbe successo proprio così. Sarei arrivato prima di partire. La velocità della luce è la velocità massima, la velocità delle onde elettromagnetiche, la velocità dell'espansione dell'Universo, la velocità del tempo stesso. Viaggiare più veloci della luce vuol dire arrivare prima di partire. Ma, ovviamente, io non feci così. A dirgliela tutta, caro Biri, noi neutrini siamo lenti. Lentissimi. Siamo deboli, senza consistenza e a corto di autostima. Insomma non ci reggiamo bene nemmeno in piedi. Io poi sono particolarmente lento, più di un bràdipo ubriaco. E poi, e me ne vergogno, sono anche un pò pigro. Andare a Ginevra? A piedi? Correndo? Ma, dico, siamo matti?"
B:
"La prego, signor Pippo, non divaghi. Mi racconti per filo e per segno come sono andati i fatti."
P:
"E' semplice. Del resto lei stesso l'aveva scoperto, anzi, se non erro, aveva raccontato la storia della sostituzione di persona... pardon: di neutrino, proprio sul suo blog. Ebbene, le cose andarono proprio così. Al momento del fatidico "Via!" io mi nascosi più presto che potevo mentre, nello stesso momento (anzi, un pò prima) mio fratello AQSYX/234001/QUIK005, detto Fritz, che abita in Svizzera, si palesò improvvisamente nel laboratorio degli scienziati che partecipavano all'esperimento dicendo: "Cucù! Eccomi, arrivo fresco fresco dal Gran Sasso!" Grande sorpresa, applausi, champagne a fiumi! La scoperta del millennio! Il vanto della fisica italiana!"
B:
"E poi? Mi dica, Pippo; poi che successe? Chi fu a scoprire l'inganno?"
P:
"Fu tutta colpa mia e le assicuro che non potrò mai perdonarmelo. L'accordo fra me e Fritz per funzionare non poteva prescindere da una perfetta tempificazione. Era essenziale che, subito dopo la sua apparizione (a mio nome) nel laboratorio svizzero, non mi si trovasse più in quello del Gran Sasso. Ma mentre Fritz fu perfetto a comparire a Ginevra al momento convenuto, io non riuscii ad allontanarmi. Riuscii solo a nascondermi sotto uno zerbino dove, per mia sfortuna, mi trovò, a sera, la donna delle pulizie. Con la mia presenza all'interno del laboratorio, l'inganno fu svelato e, nonostante il professor Zichichi fecesse di tutto perché la notizia non trapelasse, lo scandalo fu troppo grande perché si potesse occultarlo. Il resto, signor Biri, è cosa nota. Ma finché è durato, è stato bello"
B:
"Ma mi dica, Pippo; ora che le modalità di questa truffa scientifica, nota ormai in tutto il mondo come "La bufala della Majella", sono state accertate, mi vuol dire per concludere la nostra intervista cos'è che la spinse a concepire e ad organizzare questa colossale messinscena? Ora che l'inganno è stato scoperto il prestigio della ricerca italiana è andato a farsi fottere, ma nel caso che l'esperimento fosse stato preso per buono, lei cosa ne avrebbe ricavato?"
P:
"Beh, signor Biri, per risponderle devo cercare di rappresentarle la misera situazione esistenziale di noi neutrini. Ignorati da tutti, senza un amico, senza che mai nessuno parli di noi. Guardi me, per esempio. Senza peso, senza massa, praticamente senza consistenza come sono io cosa ci sto a fare al mondo? Intorno a me trilioni di elettroni, nuclei atomici e protoni di ogni tipo sfrecciano a velocità supersonica godendosela un mondo; miliardi di neutroni (che sono dopotutto i nostri fratelli maggiori) si divertono a girare come pazzi nei tunnel del CERN sempre pronti a sbattere su qualche particella consenziente. Li sento i bòtti che fanno! Ed io fremo dentro e mi rinchiudo in me stesso. A cosa servo? mi domando continuamente. Le particelle subatomiche non degnano di un'orbita i tipi come me e, creda, non ce ne è una che si scontrerebbe con il sottoscritto. Un poco le capisco. Una entità infinitesimale come la mia, cosa mai potrebbe offrirle? Ecco come mi è nata l'idea. - Quando l'universomondo parlerà di me, le cose cambieranno! - pensai. E quale miglior occasione di guadagnarsi popolarità che essere il protagonista di un esperimento che avrebbe mandato in soffitta tutte le teorie del vecchio Albert (NdA: Einstein), che avrebbe dato prestigio al laboratorio del Gran Sasso e, di conseguenza, all'Italia intera? Già vedevo miliardi di particelle di ogni massa e valenza atomica correre per scontrarsi con me. Con me, ha capito signor Biri? Con AQSYX/234001/QUIK006, il piccolo e sottovalutato neutrino del Gran Sasso! Ah, destino infame!"
B:
"La ringrazio signor Pippo per la sua disponibilità. L'intervista è finita. Posso fare qualcosa per lei?"
N:
"Ora, signor Biri, voglio solo riposare. La prego mi lasci solo. E tanti saluti ai suoi lettori"

Al bar

sabato 11 febbraio 2012

Augusto riconobbe Cesira solo dopo qualche minuto che la stava osservando. Alcuni mesi erano passati da quando si erano visti l'ultima volta: un'eternità. I due vecchi amici si abbracciarono, commossi. Augusto le offrì un caffé e lei, che normalmente, sempre indaffarata, avrebbe rifiutato anche se a malavoglia, quella volta accettò e, seduti al tavolino del bar, al riparo dagli sguardi indiscreti e dalle male lingue, inevitabilmente la conversazione si concentrò sul loro lavoro.
Bisogna dire, per chi non lo sapesse, che Augusto era da anni il maggiordomo del cavalier Silvio d'Arcore (come lui devotamente si riferiva al suo datore di lavoro), mentre Cesira, d'origini toscane ma cresciuta in Romagna, era stata assunta in qualità di cuoca presso i Bersani il cui capofamiglia era notoriamente amante della buona cucina casalinga. 
"Sono preoccupata per PierLuigi" confessò ad un certo punto la donna al suo amico. Aveva le lacrime agli occhi.
Augusto cercò di consolarla, e il comportamento dell'amica, che sembrava veramente agitata, lo spinse a cercar di saperne di più sulle cause di quella insospettata defaillance.
"Ma perché Cesira? Cosa è successo? Ti prego parla, confidati; lascia che condivida con te il tuo segreto in modo ch'io possa, se lo ritieni opportuno, consolarti e alleviare il tuo dolore" disse Augusto che, avendo letto in gioventù centinaia di romanzi di Liala (in casa sua - mamma parrucchiera, padre bidello - c'erano solo quelli), aveva da questi acquisito quel desueto modo di esprimersi.
Cesira, dopo aver tentennato un pò, asciugatisi gli occhi, si decise alfine ad aprire il suo cuore all'antico compagno di merende (da giovani infatti, i due se ne andavano spesso per osterie, a merendare).
"Devi sapere, caro Augusto, che da quando al governo ci sono tutti quei professori, quei cervelloni, come li chiama lui, in casa di PierLuigi non si fa più vita. Come era vitale, dinamico, quasi aggressivo con quella sua parlantina sciolta che lo aveva reso giustamente famoso fra i compagni di partito, ora invece è sempre zitto, scontroso, depresso. Sembra che abbia perso il gusto della vita. Non esce più con gli amici, non va nemmeno più alle riunioni del Partito - "Per quel che servono"- dice scuotendo la testa. Non guarda la TV nemmeno per vedere le partite del campionato di calcio che una volta lo appassionavano tanto.
E poi hai voglia a darti da fare per fargli tornare il buonumore! Come a pranzo: hai voglia a preparargli le cose che gli sono sempre piaciute come la minestra di fagioli con le cotiche, i gobbi rifatti col sugo di carne e le salsicce coi fagioli all'uccelletto che lo facevano impazzire! Pensa che ieri l'altro, a cena, ho voluto fargli una sorpresa per cercare di tirarlo un pò su di morale, ed invece del consommé vegetale ed il cavolfiore lesso che aveva chiesto, gli ho portato in tavola un piatto di ravioli ricotta e spinaci e una porzione di cotechino con le lenticchie che avrebbero fatto risuscitare un morto! E invece, lui, niente. Si è quasi arrabbiato: "Cèsi" mi ha fatto (mi chiama confidenzialmente così dopo tanti anni che sono al suo servizio), "Se ti dico che voglio una cosa, fammela! Almeno te, perdìo! Ma dove andiamo a finire! Ora uno non comanda più niente nemmeno a casa sua! Avevo chiesto il cavolo e te dovevi farmi il cavolo! Oh insomma!". Ci sono rimasta così male che mi veniva da piangere anche se lo sapevo perché si comportava in quel modo. Il fatto è che il signor PierLuigi è giù di nervi. Mi ha detto il figlio del giardiniere (che è infermiere diplomato) che da quando al governo ci sono i professori gli è venuta a mancare l'auto....l'auto..."
"Stima" disse Augusto. 
"Ecco, quella cosa lì" proseguì Cesira, "Pensa che ieri l'ho sorpreso mentre, pensando di essere solo, parlava, tutto infervorato, con lo specchio".
"Con lo specchio?" chiese Augusto pensando di non aver compreso bene.
"Con lo specchio, Augusto, con lo specchio! E non lo nasconde mica. Dice che solo così può dire ad alta voce quello che pensa di sé stesso. L'ho sentito mentre si rivolgeva alla sua immagine riflessa nello specchio. Diceva: -Mo che belìn ci stai a fare a Montecitorio, muso di ciuco! Lo sai che ora, con tutti questi professori qui non puoi dir niente, non puoi far niente e tutto quello che ti chiedono è di approvare tutte quelle vagonate di leggi e leggine che sfornano a getto continuo. E devi anche far finta che ti piacciono, quelle leggi! Muso di ciuco! Ecco quello che sei! Devi votare per il taglio delle pensioni, per l'aumento dell'età pensionabile, per i licenziamenti facili! E non puoi ribellarti! Ah, quando c'era lui l'era una bellùria!- e alzava gli occhi al cielo dando pugni per aria....io penso che si riferisse al tuo padrone" disse Cesira. Ricevuto il segno di assenso del suo interlocutore la brava donna proseguì il suo racconto:
"E così il signor PierLuigi è proprio avvilito ed è sempre di cattivo umore. Ce l'ha con tutti perché pensa che la colpa sia di tutti quelli che gli stanno intorno. L'altra volta, mentre leggeva Repubblica, tutto d'un tratto ha buttato il giornale per aria e ha sbottato "Brutta culona, la colpa è tutta tua!". Mi sono quasi spaventata; questa volgarità non è da lui".
"Beh, sai" fece Augusto "Probabilmente, anche se in modo non del tutto signorile, si riferiva alla Merkel..."
"Macché Merkel!" lo interruppe Cesira "Si riferiva ma a una certa Maria Rosaria di Sinalunga che, dice il signor Bersani, ce l'ha con lui e lo costringe a fare sempre delle figuracce. Pensa che la sera venivano i suoi amici a giocare con lui alla solita partita di scopone, ma ora, anche loro, vedendolo così avvilito, non si fanno più vedere. Guarda Augusto, ho paura per la sua salute. Mentale, voglio dire. E poi mi preoccupa il suo stile di vita. Per cercare di dimenticare il brutto momento che sta attraversando si sta buttando sull'alcol. Lui, che non aveva mai bevuto più di un bicchiere di rosso a pasto, ora si scola una bottiglia di sangiovese a cena e una di lambrusco a pranzo. A volte è così fatto che non ce la fa a tenersi in piedi nemmeno per andare a dormire e devo metterlo a letto io portandocelo con la carriola. Una faticaccia anche perché ormai ho una certa età. Ma ora parliamo di te. Come ti vanno le cose con il Cavaliere?" chiese Cesira, avida di notizie.
Augusto non si fece pregare e raccontò:
"Beh, devo dire che il cavalier Silvio è proprio un altro carattere. Lui è sempre contento come una Pasqua. Ha attraversato un momento difficile solo la settimana in cui l'hanno dimissionato ma poi, anche grazie ad un piccolo stratagemma psicologico inventato dal signor Gasparri, si è ripreso in un momento e adesso è sempre pimpante, ottimista e contento come da tempo non lo vedevo."
"Mi vorresti dire che il governo dei professori non lo ha mandato in depressione? Che non si sente una mezza... mezza..." a Cesira non veniva la parola.
"Calzetta" suggerì Augusto che, incassando il cenno d'assenso della donna, proseguì:
"Niente affatto. Vedi Cesira, il Cavaliere adesso si è convinto di comandare come e più di prima. Come ti ho detto l'idea è stata di Gasparri. Un giorno trovò il signor Silvio con una faccia da funerale; era incavolato nero con l'universomondo e stava seriamente meditando il suicidio. "Sant'Ambrogio da Arcore!" si lamentava il cavaliere, "Questi hanno rimesso l'ICI sulla prima casa! Hanno tassato anche l'aria che si respira! Vogliono mandare a casa migliaia di carcerati! Comunisti, ecco cosa sono: comunisti, arcicomunisti, comunistissimi!" e sbatteva la testa contro il muro. Beh, devo dire che il signor Gasparri fu grande. Gli dette ad intendere che le leggi che faceva il nuovo governo altre non erano che quelle che lui, il Cavaliere, aveva meditato di fare. Ergo, disse Gasparri, il vero premier era ancora lui, il signor Silvio. Il Professor Monti non era altro che l'esecutore delle manovre che lui, il Silvio, aveva studiato e mai messo in pratica per l'opposizione dei magistrati. Ovviamente si trattava di una puttan..., pardòn, una bugìa, ma incredibilmente l'escamotage funzionò e, anche grazie a massicce dosi di allucinogeni che mi ordinarono di versargli da allora e a sua insaputa nel solito whisky di fine pasto, quella pietosa menzogna, divenne verità. La sua verità"
Augusto per il momento terminò il suo racconto ma dovette subito riprenderlo poiché Cesira, curiosa come una gazza (animali curiosissimi, come è noto), lo spronò a continuare:
"E ora?".
"Ora, amica mia, è una bellezza. Il Cavaliere ogni giorno si alza, legge i giornali e poi dà udienza ad una piccola folla di postulanti (in verità un gruppo di aspiranti apprendisti attori ingaggiati dal solito Gasparri) che hanno delle lamentele da fargli e delle richieste da rivolgergli. Chi gli dice non ce la fa ad andare aventi perché il prezzo della benzina è troppo alto (e lui: "Stasera stessa dirò al mio amico Putin di abbassare il prezzo del greggio!"), chi si lamenta per la troppa neve che blocca le strade (e lui: "Telefonerò subito alla Protezione Civile affinché getti sale a palate sulle vie di comunicazione!"), chi per le troppe tasse che strozzano l sue attività (e lui: "Avvertirò immediatamente Monti perché mi ricordi di abbassare la pressione fiscale!"), chi recrimina perché il Milan ha perso il derby (e lui: "Appena possibile comprerò Messi, Ronaldo e Rooney per vincere ogni trofeo!"). Il resto della giornata lo impiega a telefonare ai grandi della Terra; la Merkel, Obama, Putin, Sarkozy... lui chiama confidenzialmente tutti e tutti, al telefono, sembrano contentissimi di sentirlo. A volte telefona anche a Gheddafi (non abbiamo avuto il coraggio di ricordargli che il suo caro amico non c'è più) ed il raìs immancabilmente gli dimostra tutta la sua ammirazione. Naturalmente a tutte le telefonate risponde Gano Millevoci, un giovane imitatore di Saronno che si guadagna il pane impersonando questi personaggi. Del resto non si fa danno a nessuno e a lui, il signor Silvio, questa piccola commedia recitata a sua insaputa, fa bene. Si sente ancora importante, pensa di essere ancora un leader e nessuno ha il coraggio di dirgli che gli hanno staccato la spina. E da un pezzo. Il sabato sera poi, a tirargli su il morale e l'autostima, c'è la gara di "taste-fesses".
Augusto si fermò, restìo a continuare.
"E di che si tratta?" chiese avida Cesira.
"Beh, niente di cui vergognarsi; una cosetta da niente inventata in Francia ed importata in Italia dal suo amico Emilio (Fede, per la cronaca). Insomma, il signor Emilio introduce in casa dieci ragazze sconosciute che, celate dietro una parete di cartongesso si denudano la parte... la parte inferiore del corpo e fanno sporgere i loro lati-B da appositi fori circolari. Il cavalier Silvio, al quale è stato detto che le ragazze sono studentesse assolutamente perbene provenienti da ogni parte del mondo, passa lungo la parete e fa scorrere la mano sul c... sulle nat... insomma sui lati-B delle ragazze. La sfida, dalla quale esce sempre gloriosamente vincitore è quella di indovinare il Paese di provenienza di ogni ragazza soltanto tastando il suo.. insomma, il suo culetto".
"E.. ci indovina?" chiese, esitante ed incredula Cesira
"Se ci indovina? E' assolutamente infallibile, incredibile, prodigioso! Lui tocca, ritocca, poi fa "Francia, sud-est, direi Provenza" e la ragazza, da dietro la parete. "Mais oui!"; poi tocca la prossima: "Cipro, zona turca!" e la ragazza tastata ed individuata annuisce, estasiata. E così per tutte le ragazze, ogni sabato, tutti i sabati, senza mai un errore! Un vero intenditore. Solo una volta ebbi paura che sbagliasse. Sai, sarebbe stato un problema per la sua autostima. Fu quando toccando le natiche della bella sconosciuta di turno al di là della parete, fu visto scuotere la testa più volte, poi titubare, tentennare. I minuti passavano, si profilava il rischio di una débacle dalle pericolose conseguenze sull'intera nazione. Silvio, esitava, pensava, ripensava, ripassava, ritastava... poi una illuminazione gli rischiarò il viso; si erse in tutta la sua altezza e, nel silenzio carico di suspense della sala si udì, sicuro e trionfante, il giudizio: "Italiana, origine siciliana, provenienza raccordo anulare presso uscita Casilina, secondo falò a destra!"; "Sì, sì!" gridò la ragazza, "Urrà!" gridarono tutti i presenti increduli di fronte a questa dimostrazione di stupefacente professionalità. Il signor Silvio, in quella occasione, fu portato addirittura in trionfo. La sua autostima salì fino al limite massimo e la serata, anche quella volta, si concluse bene".

Il Capitano

venerdì 3 febbraio 2012

Gli avevano assegnato il comando, gli avevano dato la loro fiducia, lo avrebbero seguito in capo al mondo. Aveva detto loro del suo progetto, del cammino che era intenzionato a percorrere per realizzare il suo ed loro sogno e loro si erano affidati interamente, ciecamente a lui, affascinati dal suo carisma, dal suo savoir faire, dai suoi atteggiamenti decisi e coraggiosi, da quel suo modo di fare così speciale, agli antipodi di quello così ingessato e curiale dei vecchi capitani, tutti, da quando lui aveva preso il timone, divenuti improvvisamente vecchi, passati, obsoleti.
Piaceva il suo parlare in prima persona: "Farò questo; farò quello; ho deciso di...." e la sua dialettica diretta e alla mano ammaliava le folle, specialmente le donne, tutte perse ai piedi di questo uomo che le corteggiava, le blandiva, le conquistava con il suo comportamento gentilmente virile da maschio di altri tempi.
Pareva che per lui nessun obiettivo fosse impossibile, sembrava che sotto la sua guida fatta di determinazione, coraggio e capacità, ogni traguardo, anche il più prestigioso sarebbe stato raggiunto, ed i suoi seguaci, coloro che lasciando perdere tutte le obiezioni si erano imbarcati con lui in questo lungo viaggio che alla fine li avrebbe portati nel porto sperato, certi delle sue capacità non comuni, gli avevano concesso tutta la loro fiducia ed erano pronti a difendere anche con le unghie il loro comandante da tutte le cattiverie e tutte le calunnie che i suoi avversari, ansiosi di subentrare al suo posto di comando, non cessavano di riversare su di lui.
Poi, improvvisamente, l'imprevisto. Un ostacolo, una distrazione, una sottovalutazione, una titubanza nell'accettare una emergenza ed ecco il materializzarsi di un pericolo.
"Niente paura. Non c'è alcun motivo di allarmarsi. Restate calmi ai vostri posti." Le direttive che si intrecciavano sembravano escludere problemi... e poi, non erano forse guidati dal comandante più capace, più fiero e più coraggioso che ci fosse? Da colui al quale avevano riposto la loro cieca fiducia proprio per l'asserita capacità di affrontare le emergenze?
Non volevano credere ai loro occhi quando lo videro fuggire tra i primi; gettarsi quasi nella prima scialuppa di salvataggio facendosi largo fra la calca, abbandonare velocemente, pavidamente la nave, la "sua" nave. 
"No. Non è lui. Non "può" essere lui" pensavano i suoi seguaci, fedeli fino all'ultimo, al di là perfino dell'evidenza. "Ora tornerà a salvarci; a salvare la  sua nave; a condurla in porto con tutti noi, nonostante tutto, in salvo." continuavano a pensare. Poi lo videro, al sicuro, sulla costa, mentre immobile osservava da lontano, senza fare un moto, senza tradire una emozione, il suo bastimento arenarsi, inclinarsi, affondare.
Dissero poi che era fuggito in albergo, piangendo nervosamente. Non sembrava essere disperato, né pentito. Solo stanco. Uno stanco capitano che solo adesso, di fronte al disastro che non aveva saputo governare, si accorgeva di essere, al di là delle intenzioni e dei proclami, solo un anziano presupponente signore; debole, timoroso e un poco vigliacco che, nel momento del bisogno, si era dimostrato inadeguato per le funzioni di comando che aveva richiesto e che gli avevano affidato.
Da allora nessuno sa dove si trovi. Ogni tanto emette un sospiro, dà qualche flebile segno di sé che la gente non nota neppure, scacciando con un gesto di insofferenza ogni ulteriore manifestazione di chi li aveva traditi in modo così plateale.
La sua nave non esiste più; pare che sarà smembrata in varie parti mentre quelli che avevano creduto in lui giurano che da ora in poi non andranno mai più per mare, chiunque possa essere il loro comandante.
Cercano di dimenticare anche il suo nome che usano, quando non possono farne a meno, storpiandolo. E per spregio lo chiamano: Berluschettino.